Nel ricordo di Borsellino e della scorta: 25 anni fa la strage di via d’Amelio

25 anni. Era il 19 luglio del 1992, Borsellino sapeva di morire. Non sapeva il giorno e l’ora, ma immaginava che sarebbe mancato poco. Il 23 maggio era toccato a Giovanni Falcone: Paolo aveva detto “Adesso tocca a me”.
Stava andando a trovare sua madre: nei giorni successivi avrebbe dovuto recarsi dal giudice, con quella agenda rossa dalla quale non si separava mai e che dopo la strage non verrà mai più ritrovata. Aveva fretta, Borsellino: non parlava molto, chi era vicino sapeva che egli sapeva di non avere più tempo.

Borsellino sapeva che la mafia uccide per interposta persona. Sapeva che era riduttivo cercare di confinare la morte di Falcone alla lotta buoni contro cattivi. Sapeva che il vero terrore della mafia, e di chi gli stava dietro, era il meccanismo immenso che Falcone aveva iniziato a scoprire: connessioni fra la malavita e l’alta politica. Gli insospettabili tremavano.

Alle 16.58 del 19 luglio, mentre Borsellino suona il campanello della casa della madre, una potentissima esplosione fa deflagrare tutta la zona sottostante. Moriranno sul colpo il magistrato e gli agenti della scorta, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli, tranne Antonino Vullo, l’agente della scorta che si trovava lontano dal luogo dell’esplosione perché stava parcheggiando la macchina.

Di Borsellino rimane l’altissima etica, il senso del dovere quando si capisce di essere condannati a morte. Diceva: “È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”.

Roveri Mg.