Scoperta l’origine dell’Alzheimer: c’entra la depressione

Da uno studio condotto in  Italia, coordinato dal professor Marcello D’Amelio (associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’università Campus Bio-Medico di Roma), pubblicato su Nature Communications, è emerso che, diversamente da quanto si è ritenuto sinora, l’insorgenza dell’Alzheimer – la più comune causa di demenza, che nel mondo attualmente interessa 47 milioni di persone – non è relegata alla zona dell’encefalo deputata alla memoria, piuttosto ha origine nell’area cerebrale associata ai disturbi dell’umore ed in particolare alla depressione, di cui si calcola soffrano 15 persone su 100, in Italia 3,7 milioni di individui.

La scoperta scientifica – avvenuta con la compartecipazione tra il team guidato dal dottor D’Amelio e la fondazione IRCCS Santa Lucia e del CNR di Roma -, analizzando la morfologia del cervello, ha indicato che la morte dei neuroni deputati alla produzione di dopamina (volgarmente detta ormone del piacere e della ricompensa), determina il mancato arrivo dei questo neurotrasmettitore nell’ippocampo (situato nel lobo temporale), causandone un arresto che produce la perdita della memoria.

Somministrando in laboratorio, su modelli animali, due diverse tipologie di terapia combinate – una con L-Dopa, amminoacido precursore della dopamina; l’altra basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione – è stato riscontrato il completo recupero della memoria, della vitalità e della facoltà motivazionale, in tempi anche piuttosto celeri.

«Questo lavoro getta nuova luce sui meccanismi all’origine della malattia, spiega perché le sperimentazioni di terapie mirate alle placche beta-amiloidi hanno fallito e offre una nuova direzione alla ricerca per trattare l’Alzheimer», ha spiegato lo scienziato D’Amelio in un’intervista all’AdnKronos Salute.

Infatti l’Alzheimer – che solo in Italia colpisce in Italia colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni – per il quale allo stato attuale non esiste cura, procura già dalle sue prime fasi di sviluppo, oltre agli episodi di perdita di memoria, un calo nell’interesse per le attività della vita, inappetenza, assenza del desiderio di prendersi cura di sé, e infine depressione.

Ne consegue che i cambiamenti del tono dell’umore non sono una conseguenza del morbo, piuttosto potrebbero essere indicatori dell’insorgenza della patologia.

Tuttavia, chiarisce l’esperto, i farmaci che inibiscono la degradazione della dopamina risultano essere efficaci solo all’esordio della malattia. Quando invece è avvenuta la morte di tutte le cellule dell’area tegmentale ventrale, localizzata nel mesencefalo, la dopamina smette definitivamente di essere prodotta e il farmaco perde la sua efficacia.

MDM