BayFest, le ragioni di un successo: il punk-rock in Romagna è più vivo che mai

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:20

Se mi si chiede quali sono le mie grandi passioni, la risposta da anni è sempre quella: il mio lavoro, lo sport e la musica. Non la musica tout-court, però: fin dall’adolescenza sono stato sempre attratto dalla musica rock, con particolare propensione per il punk della cosiddetta “terza ondata”, quello californiano. Per farla breve, mi riferisco a Green Day, Offspring, Rancid, NOFX, e via discorrendo.

Ecco perchè se c’è una cosa che amo davvero è il recarmi frequentemente ai concerti. Di tanto in tanto ho bisogno di un live, ho bisogno di stare sotto il palco, magari appiccicato alla transenna, a cantare, urlare, sudare, spingere. E al tempo stesso, ho bisogno di osservare, ascoltare, capire i segreti delle band che ho di fronte, la loro attitudine, il loro approccio con il pubblico, la loro tecnica.

Che ci crediate o no, nel mio computer ho un file word con tutte le band internazionali che ho visto dal vivo. Sono circa cento, di cui una quindicina più di una volta. Un numero raggiunto anche grazie alle frequenti partecipazioni ai Festival, in particolare quelli europei, come lo Sziget a Budapest e il Nova Rock in Austria.

Ho partecipato diverse volte anche ai Festival ‘nostrani’, come l’I-Day, il Rock in Idrho e il Rock in Roma. Senza nulla togliere a questi eventi, che erano senza dubbio di livello, non riuscivo mai a ritrovare in loro lo “spirito” che invece riscontravo nei Festival esteri.

Con il BayFest credo si sia riusciti, invece, a “traslare” in Italia quella struttura. Sarà perchè viene svolto su uno dei litorali più suggestivi del mondo, sarà perchè si incentra principalmente su quella che è la “mia” musica, ma io al Parco Pavese mi sento davvero a casa. Già l’edizione 2016 mi aveva pienamente convinto: quella di quest’anno mi ha praticamente stregato.

In primis per l’organizzazione: di questi tempi non è semplice canalizzare un gran flusso di persone all’interno di un’area non così enorme senza che si scateni la benchè minima scintilla. In due giorni (purtroppo mi sono perso il primo, bloccato a lavoro) non ho percepito neppure un briciolo di tensione, che invece si “taglia con il coltello” in altri luoghi italiani dove si svolgono festival di musica. Anzi, quando incrociavo i visi dei partecipanti leggevo nei loro occhi solo felicità, serenità.

Certo, i prezzi all’interno non sono esattamente “proletari” (ma ormai non lo sono da nessuna parte), e ho trovato molto spiacevole il fatto di non poter uscire e rientrare se sprovvisti di braccialetto: per l’anno prossimo, sarebbe opportuno munire ogni partecipante del “cinturino magico”. Infine, tra le negatività, c’è il fatto che si poga sulla sabbia, e basta la minima ‘danza’ per alzare un polverone pazzesco, con tanti saluti alle vie respiratorie. Anche su questo, magari, si può ragionare, ma ricordiamoci sempre che è un Festival punk-rock…

E veniamo quindi alla line-up. Strepitosa, straordinaria, vero punto di forza dell’intero evento. La medaglia d’oro, “in my honest opinion”, non può non andare ai Bad Religion. Dal 1980 Greg Graffin e co. insegnano la nobile arte del punk-rock in giro per il mondo. 37 anni di attività alle spalle, ma sul palco hanno ancora una forza travolgente. Il direttore d’orchestra è ovviamente il prof.Graffin, che interagisce di volta in volta con ogni membro della band senza mai perdere di vista il pubblico. I BR regalano alla platea tutti i loro pezzi più celebri: “New Dark Ages”, “Sorrow”, “21st century digital boy”, “Punk Rock Song”, “American Jesus”, “Generator”, “Infected”. Una setlist meravigliosa, che attesta come i Bad Religion, nonostante i capelli bianchi, facciano ancora “il culo” a tutti.

Subito dopo i ‘maestri’, la prestazione migliore è degli Anti-Flag, che propongono tutte le canzoni con il pugno chiuso ben in vista. Durante “Brandenburg Gate” ho anche l’onore di trovarmi per l’ennesima volta alla batteria con Pat Thetic: la gioia è indescrivibile.

Poi impossibile non apprezzare il live degli Ignite. La voce di Zoli Teglas riesce al tempo stesso ad incantare e caricare. La chiusura con “Live for better days” e “Bleeding” è memorabile, la folla apprezza e regala il giusto tributo ai ragazzacci di Orange County. Bene, come sempre, anche i Pennywise e i Face to Face, icone del punk-rock mondiale.

Il gruppo più atteso erano senza dubbio i Rise Against. Personalmente non mi hanno convinto troppo: era la terza volta che li vedevo, e forse è stata la meno incisiva. Nelle prime canzoni il frontman Tim Mcllrath è chiaramente fuori tempo; migliora nel corso del live, dove il momento più emozionante è senz’altro “Swing Life Away” suonata in acustico.

Per concludere, non posso non sottolineare l’immensa soddisfazione per aver condiviso, ancora una volta, sudore e sabbia nella trachea con tanti ‘fratelli e sorelle’, in particolare con Daniele, Nausicaa, Marina, Luigi e Marika.

Perchè, come direbbe qualcuno, “it’s something unpredictable, but in the end it’s right”: senza compagni e compagne, il punk-rock semplicemente non avrebbe modo di esistere.

Roberto Naccarella 

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