Bebe Vio: “Quando mi amputarono le braccia pensai al suicido. Poi ho scoperto che la vita è una figata”

Una storia di coraggio e di forza, quella di Bebe Vio, la campionessa paraolimpica di scherma che commuove il mondo da anni con la sua forza di volontà e la sua resistenza. La ragazza a 11 anni ha perso gli arti, amputati a causa di una meningite fulminante, perché non era vaccinata.
La ragazza si mostra sempre sorridente, forte, piena di vita, nonostante la sua disabilità (forse proprio per la sua disabilita). Ma non nasconde che se oggi sorride ed è un modello di forza e di coraggio, di motivazione per tantissime persone, è perché ieri ha sofferto tanto.

La schermitrice veneziana si è raccontata: “Dopo l’amputazione delle braccia, ho pensato al suicidio e lo dissi anche ai miei genitori” ha confessato Beatrice a Che Tempo Che Fa.
“Mio padre, allora, decise di darmi corda dicendomi che se avessi voluto, mi avrebbe lanciata dalla finestra. Lì ho capito che ‘la vita è una figata’” ha raccontato la ragazza.
“A 4 anni ho iniziato a fare ginnastica artistica, ma poi ho lasciato perché non si vinceva niente. Lo sport per me è divertimento, si dovrebbe praticare solo se si ha ansia di gareggiare. Mio nonno è quello bravo a pavoneggiarsi, per questo è lui a custodire le mie medaglie” ha continuato la ragazza. “A Rio sono stata la prima atleta a gareggiare senza il braccio armato: ho dovuto rompere le palle per far cambiare la categoria di scherma. Se non avessi superato l’esame di maturità, non sarei mai andata alle Olimpiadi. Ora vorrei studiare Scienze della Comunicazione a Roma”.

E riesce sempre a fare ironia, Bebe, anche sulla sua condizione. “Essere disabile è molto comodo: ho il cinema gratis, il parcheggio riservato e ogni volta che ho un braccio nuovo, lo mostro come fosse un orologio. Mi piacerebbe avere il movimento della mano della regina Elisabetta: quasi quasi lo chiedo per il prossimo braccio…”. E poi: “Se un disabile la prendi come una persona delicata non lo fai andare da nessuna parte. Invece devi trattarlo come persona, e basta”.

Roversi MG.