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Iran, accusato di spionaggio e condannato alla pena capitale il ricercatore Ahmadreza Djalali

 

 

 

 

 

 

 

Ad un anno e mezzo esatto dal suo arresto, avvenuto il 24 aprile del 2016, è stata comminata all’iraniano Ahmadreza Djalali la durissima condanna alla pena capitale. Una decisione pesantissima da accettare per tutta quella parte di mondo civile che aborrisce la pena di morte, ed anche per  l’Italia: per quattro anni, infatti, la nostra penisola è stata la casa del giovane ricercatore che ha lavorato a Novara (presso l’Università del Piemonte Orientale).

Djalali, 46 anni, è stato arrestato con l’accusa di spionaggio e di collaborazione con Governi nemici. L’uomo, esperto in medicina d’emergenza, è trattenuto in carcere e non può parlare con nessuno, se non con la madre e la sorella e soltanto di martedì. Lo studioso, che si è sempre dichiarato innocente rispetto alle accuse scagliate dall’Iran nei suoi confronti, ha condotto tre scioperi della fame e della sete per far sì che i suoi diritti vengano riconosciuti.

L’Italia non sta rimanendo immobile di fronte a questa sconvolgente situazione, e già da tempo le nostre Istituzioni si sono mobilitate in favore della causa di Djalali. La prima ad aver dato la conferma di quanto accaduto è stata la senatrice Elena Ferrara, la quale ha dichiarato nella giornata di ieri che : “La notizia ci è arrivata dalla moglie e questa mattina è stata confermata dalla Farnesina. Ridaremo vigore alla mobilitazione, non ci arrendiamo”.

A fare eco alle dichiarazioni della Ferrara ci ha pensato anche Angelino Alfano: “Abbiamo sollevato il caso più volte, lo abbiamo fatto a livello diplomatico con il nostro ambasciatore e a livello governativo. Vedrò il nostro ambasciatore in Iran nei prossimi giorni. L’ho appena sentito e continueremo a sensibilizzare gli iraniani su questo caso, fino all’ultimo”.

Di questa battaglia si sta occupando anche Amnesty International, e tutte le Istituzioni stanno condannando il comportamento tenuto dall’Iran, che non avrebbe garantito a Djalali un equo processo. I figlioletti di Dajalali, 4 e 15 anni di età, hanno cercato anche loro di aiutare il papà appellandosi a Papa Bergoglio su Facebook, attraverso uno struggente post: “Francesco aiuta il mio papà a tornare a casa, non lasciarlo morire in prigione…”

Maria Mento