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Italiani all’estero, è strage: l’allarme della CEI

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Si sente spesso dire negli ultimi anni che le condizioni lavorative sfavorevoli nel nostro Paese inducono i giovani a cercare fortuna all’estero. Dai loro racconti si percepisce che fuori dall’Italia ci sono maggiori possibilità, che la situazione lavorativa è più florida e che il duro lavoro premia attraverso gratifiche e avanzamenti di livello, oltre ad esserci un’organizzazione generale della società migliore. Una situazione che dovrebbe rappresentare la normalità e che invece mostrata ad un italiano sembra la descrizione del nuovo Eden. Ma la situazione è davvero così rosea? Tutti gli italiani di stanza all’estero sono contenti e soddisfatti della nuova vita?

Secondo quanto riferito da don Gianni De Robertis, direttore della sezione Migrantes della Cei, è tutt’altro che così. Nel corso della conferenza per la Giornata Mondiale del Rifugiato, il sacerdote, infatti, ha riferito che ci sono parecchi italiani che vivono in Gran Bretagna in condizioni di povertà, in particolar modo a Londra: “Mi diceva qualche settimana fa il coordinatore dei nostri missionari in Gran Bretagna, don Antonio Serra che a Londra in media ogni mese c’è il suicidio di un italiano, che conosce italiani che vivono in baracche o container”.

Ma se la situazione di Londra è drastica quella dell’Australia, secondo molti la nuova frontiera del lavoro, non è da meno: “Qualche tempo fa – ha detto don De Robertis – è venuto a trovarmi un giovane giornalista che vive a Melbourne, in Australia, e mi ha raccontato la condizione di tanti giovani italiani che per ottenere il permesso di soggiorno devono accettare di lavorare per 88 giorni nelle farm come pastori o raccoglitori di frutta. E’ anche di questi che parla il Papa nel suo messaggio”.

F.S.