NN intervista il Professor Fiori sulla Corea del Nord tra cautela sulla distensione e il rischio di uno scontro missilistico con gli USA

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Dopo mesi di notizie inquietanti per gli equlibri internazionali con Corea del Nord e Stati Uniti protagonisti di una escalation di costanti (e non troppo velate) minacce, il momento di distensione offerto dalle Olimpiadi invernali organizzate a Seul (con Corea del Nord e Corea del Sud che gareggeranno assieme nell’hockey femminile e sfileranno accanto durante la cerimonia inaugurale) sta facendo sperare che le due Coree possano superare una divisione che dura ormai da una settantina d’anni.

Ma si tratta di una distensione reale o piuttosto si tratta di una tregua olimpica?

Per approfondire il tema abbiamo interpellato il Professor Antonio Fiori, docente di relazioni internazionali dell’Asia dell’Est all’Università di Bologna: chiaramente, lo spazio di un’intervista non è congruo per approfondire in maniera estesa l’argomento (per approfondire questi temi si dovrebbero scrivere interi volumi), ma riteniamo le parole del Professore di assoluto interesse.

D: In questi giorni s’è parlato tanto della distensione tra le due Coree conseguente all’avvio delle Olimpiadi invernali. Può avere un seguito? Può essere un ponte diplomatico verso una definitiva distensione?

R: Nessuno sa se la “distensione” creatasi tra Seoul e Pyongyang dall’inizio del nuovo anno potrà avere qualche seguito; una situazione di tal fatta, infatti, non è assolutamente inedita, né dal lato politico né da quello sportivo. Proprio i precedenti, tuttavia, invocano una certa cautela, anche a causa del fatto che il processo potrebbe interrompersi molto facilmente. Le ragioni dell’apparente disgelo potrebbero essere molteplici: la certezza nordcoreana di aver ormai raggiunto l’obiettivo di mettere gli Stati Uniti “nel mirino” dei propri missili e quindi di potersi concedere un qualche tipo di trattativa; la volontà di uscire dalla condizione di precarietà che le sanzioni internazionali le impongono; la necessità di far scendere la tensione accumulatasi negli ultimi mesi e “comprare tempo” per andare avanti indisturbati nell’acquisizione di materiale e know how in ambito missilistico e nucleare; insomma, le cause di questa scelta potrebbero essere veramente molte. In definitiva potrebbe essere una prima apertura di un rinnovato canale diplomatico, ma se le parti rimangono convinte delle loro prerogative (da una parte sudcoreani, americani e praticamente l’intera comunità internazionale che chiede uno smantellamento preventivo e dall’altra la Corea del Nord che non smantellerà mai preventivamente il suo arsenale, anche in virtù della conoscenza delle esperienze negative di Iraq e Libia) nessun cambiamento reale potrà mai avere luogo.

D: Qual è viceversa, a Suo avviso, il rischio di un conflitto missilistico, al di là del terrorismo mediatico al riguardo e delle dichiarzioni delle parti in causa?

R: Le possibilità di un conflitto purtroppo esistono e si sono rafforzate con l’avvento di un presidente americano più assertivo e meno prudente del suo predecessore. Come dicevo, la Corea del Nord non rinuncerà mai al suo programma nucleare e missilistico e le azioni degli ultimi mesi ci hanno confermato come Pyongyang sia anche particolarmente abile e molto veloce nella gestione del suo equipaggiamento bellico. Tali azioni, nonostante non abbiano finora nuociuto a nessuno, sono diventate poco sopportabili per la comunità internazionale e, per ragioni diverse, anche per gli “alleati” della COrea del NOrd, specialmente la Cina. Il conflitto, di qualunque tipo esso sia (visto che le possibilità di intervento militare sono disparate) avrebbe sicuramente conseguenza disastrose e probabilmente non cambierebbe di molto la situazione, visto che la Corea del Nord tiene ben celati i suoi mezzi di produzione di ordigni nucleari. La possibilità di retaliation (rappresaglia, risposta armata) della Corea del Nord esiste e produrrebbe una catastrofe sulla penisola coreana, anche se Pyongyang si limitasse ad una semplice risposta con armi convenzionali. Senza neanche citare gli effetti in termini di destabilizzazione politica che un conflitto su scala ampia o contenuta produrrebbe nella regione del nordest dell’Asia.

D: Al netto della propaganda Occidentale, quali sono le condizioni di vita nella Corea del Nord? E, soprattutto, quanto c’è di vero nelle notizie che periodicamente vengono rilanciate dai nostri media circa presunte atrocità varie perpetrate dal regime del Nord?

R: Le notizie che vengono diffuse sulla Corea del Nord dalla stampa occidentale sono molto spesso banali e destituite di qualunque fondamento. Molto spesso, per esempio, personaggi che la stampa occidentale dipinge come vittime del dittatore Kim Jong Un per questa o quell’altra ragione riappaiono dopo un periodo di assenza. Ciò è abbastanza normale in un regime come quello nordcoreano, in cui le posizioni di potere mutano in funzione alle necessità del leader. Il regime nordcoreano è di certo un regime dittatoriale e, come tutti i regimi con quelle caratteristiche, tende a mantenere saldo il potere anche facendo leva sulla paura. Bisognerebbe tuttavia andare alle origini storiche della Corea del Nord per comprendere appieno le ragioni per cui i nordcoreani si immedesimano con il proprio regime in maniera intensa e indissolubile. Ciò detto, le condizioni di vita in Corea del Nord non sono particolarmente buone data l’assenza di libertà e la povertà abbastanza diffusa, soprattutto al di fuori della capitale Pyongyang. Negli ultimi anni, tuttavia, qualche segnale di ripresa economica è stato notato.

D: A livello culturale, sono così forti le differenze tra Sud e Nord, al di là degli ultimi 70 anni di storia? E qual è la percezione tra i coreani del sud delle condizioni dei loro vicini e del rischio di un conflitto?

R: Le società del sud e del nord sono assolutamente diverse allo stato attuale. È normale che due paesi divisi sin dal 1948 e che, tra il 1950 e il 53, si sono aspramente combattuti abbiano poco in comune. La Corea del Sud è una democrazia (dal 1987) che è cresciuta a dismisura dal punto di vista economico, fino a diventare la tredicesima potenza economica mondiale (secondo alcuni persino l’undicesima); la Corea del Nord è uno stato povero e abbastanza isolato. Dal punto di vista culturale non c’erano grosse differenze tra le due parti della penisola fino alla loro divisione: la Corea era una penisola omogenea culturalmente. I sudcoreani non vivono nel costante timore di un attacco ai loro danni da parte della Corea del Nord, un po’ per abitudine un po’ perché non si tende a dare grossa importanza alla questione. Nei momenti di particolare tensione si insegna alla popolazione come e dove ripararsi in caso di attacco (nucleare o convenzionale), ma i sudcoreani non vivono certamente in attesa di un conflitto, anzi rifuggono questa possibilità proprio perché sanno che se ciò accadesse Seoul costituirebbe il primo target in un’eventuale ritorsione nordcoreana. Anche per questo motivo durante il suo recente tour asiatico Trump è stato contestato da alcune organizzazioni pacifiste solo in Corea del Sud.