Home Interni: Scopri cosa accade Oggi in Italia Cronaca: Ultime Notizie di Cronaca

Gruppo di madri dai giudici: “Toglieteci i nostri figli”. Ma il loro è un atto d’amore

CONDIVIDI

La lotta alla mafia può partire da una semplice idea ed essere portata avanti da quelle donne che all’interno della mafia stessa sono nate e cresciute. Questo è quanto emerge dalla decisione di 20 donne tutte appartenenti per derivazione o per propria scelta a clan della ndrangheta, che per amore dei figli hanno chiesto al giudice Di Bella del Tribunale di Reggio Calabria di togliergli la patria potestà dei figli ed affidarli a genitori che questa realtà parallela non la conoscono.

Si può solo immaginare la difficoltà di una simile scelta per una madre. Non si tratta, infatti, di non avere spirito materno o forza di volontà, si tratta di riconoscere che il contesto in cui si vive porterà i figli ad un futuro già segnato in partenza che nei casi fortunati conduce al carcere ed in quelli meno fortunati alla morte. In seguito a questa scelta collettiva, ‘Repubblica‘ ha raccolto la testimonianza di diverse donne che hanno voluto spiegare le motivazioni che le hanno indotte ad una simile scelta.

La prima che vi riportiamo è quella di Paola (35 anni) : “Mio padre era stato ucciso dalla mafia, lo stesso mio fratello e i miei zii. Tre anni fa guardavo i miei due figli di 15 e 12 anni: il grande andava su Internet per cercare informazioni sul nostro clan, aveva il mito dello zio ergastolano e si era convinto che andare in carcere fosse una tappa obbligata per ottenere rispetto. Il piccolo era fissato con i fucili a pompa, conosceva il nome di ogni pezzo. Ero tormentata ma alla fine ho detto a Di Bella ‘li do a voi, portateli via da qui’”. La seconda è quella di Daniela (37 anni): “Mio marito fu ammazzato nel 2008 dalla stessa sua sostanza, la mafia. Mi ha lasciato sola con tre figli e solo così ho capito che ci aveva costretto a vivere come schiavi. Ho abbandonato il clan insieme ai miei figli, oggi viviamo ma ci tocca nasconderci per colpa del nostro cognome”.

Queste due donne fanno capire come non sia possibile sfuggire alla mafia, nemmeno quando si prova a fuggire dal luogo di residenza, poiché quel cognome portato in dote è un marchio d’infamia indelebile che non permette di vivere una vita normale. Proprio per correre in aiuto di donne e bambini in queste condizioni ed allo scopo di sottrarre i più piccoli dagli insegnamenti del clan, il giudice lavora incessantemente al provvedimento di decadenza della responsabilità genitoriale, che consiste di fatto nello strappare i figli alle famiglie mafiose. Oggi quella idea partorita nel 2012 è diventata un protocollo firmato dal governo dal procuratore nazionale antimafia e dalla conferenza episcopale ed è valido in tutta Italia.