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Terremoto di Udine, uno sguardo al passato di una “terra maledetta”

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Il terremoto avvenuto questa mattina in provincia di Udine, del quale abbiamo parlato in questo articolo, non può che riportare alla mente il tragico sisma del 1976; una scossa di magnitudo 6.5 della scala Richter che uccise quasi 1.000 persone, oltre 100.000 furono gli sfollati, 18.000 le case distrutte con danni al territorio per oltre 4.500 miliardi di lire, radendo al suolo 45 comuni.

All’epoca la zona più colpita fu quella a nord di Udine; l’epicentro fu indicato in un punto tra i comuni di Gemona e Artegna (entrambi andati distrutti), con una magnitudo di 6.5.

I danni furono particolarmente gravi poiché i comuni interessati si trovavano in cima a delle alture e non vantavano costruzioni recenti, visto che durante la guerra non erano stati oggetto di bombardamenti e quindi non ci fu bisogno di una ricostruzione, contrariamente a quanto accaduto a ‘San Daniele del Friuli‘ che dopo i bombardamenti del ’44 fu ricostruito con criteri urbani moderni.

Il sisma fu avvertito in tutto il Nord Italia, investendo principalmente 77 comuni, per un totale di 80.000 abitanti e provocando la morte di 990 di loro.

I danni furono amplificati da altre due scosse registrate qualche mese dopo, a Settembre; la prima fu registrata l’11 settembre mentre la seconda il 15, con forza magnitudo rispettivamente di 5.9 e 6.0.

Nonostante le continue scosse d’assestamento, la ricostruzione dei comuni andati distrutti fu rapida.

Dopo appena 2 giorni dal sisma, il ‘Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia‘ stanziò 10 miliardi di lire. Giuseppe Zamberletti, Commissario straordinario del governo Andreotti III, sfruttò i fondi statali per la costruzione di villaggi prefabbricati nei quali i 40.000 sfollati poterono andare a vivere in attesa della fine delle ricostruzioni che sarebbe avvenuta il 31 marzo 1980.

Luigi Offeddu, inviato del ‘Corriere della Sera‘, descrisse così il comune di Gemona nell’aprile del 1998:

Gruppi di turisti fotografano il Duomo e passeggiano sotto i portici di via Bini. Duomo e portici che sembrano così com’erano prima del 6 maggio 1976, ma che invece l’orcolat (un mostro della tradizione friulana che si dice essere la causa dei terremoti in Friuli n.d.r.) aveva frantumato, e che la gente ha ricostruito pezzo per pezzo secondo il procedimento chiamato anastilosi: raccogliere ogni pietra, numerarla, ricollocarla al suo posto. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero. Ma quel numero, insieme a uno spezzone della chiesa della Madonna delle Grazie, è l’unica traccia che ricordi il passaggio dell’orco.

Mario Barba