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Le atrocità in Siria continuano così come la disinformazione: il caso della foto del bimbo nel deserto

Nei giorni scorsi su tutti i più popolari social è apparsa una foto dall’impatto devastante che mostrava un bambino da solo in mezzo al deserto assistito dagli operatori del UNHCR. Ad accompagnare la foto c’era una struggente descrizione della sua situazione personale: il piccolo stava migrando da solo dalla Siria verso Giordania con in braccio una busta di plastica contenente i vestiti della madre e della sorella morte.

Una storia commovente e sicuramente verosimile, visto che in questi giorni come ormai da diversi anni la guerra in Siria è tutt’altro che un amaro ricordo. Proprio oggi è giunta la notizia che il governo turco ha autorizzato un bombardamento su Afrin (città siriana) che ha causato la distruzione di diversi appartamenti e la morte di centinaia di civili. E’ dunque un bene che si ricordi al mondo intero che la guerra in Siria è ancora una triste realtà, è bene che ci si soffermi a pensare al fatto che le fazioni ancora presenti nel paese mediorientale non lottano per liberarlo dall’Isis, o almeno non solo, ma che trovano conveniente avere un ruolo in questa carneficina che dura da troppi anni.

Poco importa, in tal senso, se commossi dalla foto del bambino siamo andati a controllare la sua storia ed abbiamo scoperto che il piccolo non aveva perso la madre e la sorella e che in un secondo momento si è riunito con i suoi familiari. L’epilogo di quella disavventura (pare che il piccolo affaticato non riuscisse a tenere il passo degli altri e sia stato lasciato indietro) è una delle poche storie con un “lieto fine” in un contesto in cui ogni giorno muoiono decine di bambini e ritrovare la famiglia in un campo profughi è una delle più alte speranze che si possano avere.

FS