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Omicidio Rosboch a Ivrea, Facebook dice no alla richiesta degli inquirenti

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Gabriele Defilippi è stato condannato a scontare 30 anni di reclusione per l’omicidio di Gloria Rosboch, insegnante di Castellamonte vittima di una truffa ritrovata cadavere nel febbraio di 2 anni fa. Gli inquirenti che indagano ancora sul caso hanno cercato di ottenere le conversazioni intrattenute dall’uomo sulla chat di Facebook.

Il mistero delle chat di Gabriele Defilippi: cosa contengono?

Gli inquirenti che si stanno occupando di seguire le indagini relative al caso di Gloria Rosboch avevano deciso di seguire una pista che avrebbe potuto rivelarsi utile per recuperare tutti i tasselli mancanti del puzzle: accedere alle chat e ai messaggi scambiati online, tramite Facebook, da Gabriele Defilippi nelle ore durante le quali l’uomo ed i suoi complici stavano programmando il delitto. Della vicenda di Gloria Rosboch sappiamo che la professoressa 49enne, vittima della solitudine si era innamorata (credendo di essere ricambiata) di un suo ex allievo, Gabriele Defilippi per l’appunto, che invece ha pensato bene di truffarla sottraendole ben 187mila euro. L’omicida, più tardi reo confesso, avrebbe deciso di ucciderla- con la complicità di Roberto Obert, suo amante- nel momento in cui la professoressa, scoperto l’inganno, aveva espresso l’intenzione di denunciare il fatto. Gli inquirenti sono arrivati alla verità anche grazie agli indizi disseminati sul web. I dettagli della vicenda potrebbero essere scovati proprio in quelle conversazioni che Facebook, però, non ha intenzione di far leggere agli esperti, nonostante il social di Marck Zuckerberg abbia ricevuto una sollecitazione formale da un giudice federale della California.

Facebook si pone come garante della privacy e dice di no

Facebook ha detto no alla richiesta fatta dagli inquirenti di Ivrea, i quali speravano di poter accedere alla chat del killer della Rosboch per poter acquisire nuovi elementi di prova. Facebook, che in questa situazione si sta ponendo come garante della privacy di Gabriele Defilippi, ha assicurato che “le informazioni richieste non hanno pertinenza con il reato commesso”.

(Immagine d’archivio)

Maria Mento