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007 Sauditi uccidono un giornalista dissidente in ambasciata: l’imbarazzante silenzio dell’Occidente 

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L’imbarazzante silenzio dell’Occidente sul caso Khashoggi 

A 16 giorni dalla – ancora ufficialmente – scomparsa di Jamal Khashoggi, giornalista dissidente saudita “misteriosamente scomparso” nelle stanze del consolato di Istanbul, si cerca la verità.

007 Sauditi uccidono un giornalista dissidente in ambasciata: l’imbarazzante silenzio dell’Occidente

Per due settimane il governo saudita ha sostenuto che Khashoggi fosse uscito incolume dal consolato arrivando a minacciare di sanzioni economiche chiunque tentasse di sostenere il contrario. Ma le (palesi) bugie hanno le gambe corte e la pressione internazionale (non quella Occidentale, se si escludono le parole di Trump) è forte. 

Così Riad si dice pronta a sostenere che Khashoggi potrebbe essere stato vittima di un sequestro finito male. Nell’ultimo articolo scritto il giornalista aveva sostenuto che l’Arabia Saudita avesse bisogno di più libertà di stampa.

Le prove contro i sauditi 

Ci sono molte prove che potrebbero incastrare l’Arabia Saudita (e il principe Bil Salman) per la morte di Khashoggi. Il giorno della scomparsa del giornalista dissidente sono arrivate ad Istanbul quindici persone delle forze di sicurezza saudite. Tutte e 15 se ne sono andate poche ore dopo la sparizione. Le telecamere a circuito chiuso non hanno mai registrato l’uscita di Khashoggi dal consolato. Fonti della sicurezza turche hanno addirittura sostenuto di avere a disposizione audio e video dell’uccisione. 

Il silenzio dell’Occidente 

Solo Trump ha preso posizione in queste ore sulla scomparsa di Khashoggi, parlando esplicitamente di “morte” del giornalista, di “conseguenze gravi”. Trump dice che potrebbero essere stati dei “rogue killer” cioè sicari senza controllo, a uccidere il giornalista. Un’ipotesi incredibile.

La sensazione è che Arabia Saudita e Turchia stiano lavorando per tirare fuori dai pasticci il principe ereditario saudita Bin Salman. Il principe amato dai giornali di mezzo Occidente perché “ha permesso alle donne di andare al cinema e guidare”. Troppo riformista, troppo perfetto per essere sporcato da un’accusa grave come quella di aver fatto a pezzetti un giornalista dissidente nell’ambasciata araba in Turchia. 

Ma parliamoci chiaro, pensare che dei killer fuori controllo abbiano autonomamente raggiunto l’ambasciata araba a Istanbul, siano entrati per torturare ed uccidere un giornalista per poi sparire, senza che Bin Salman ne sapesse nulla, è assai poco credibile.

Il fatto che l’Arabia Saudita sia pronta a fare marcia indietro rispetto alla versione di due giorni fa, sembra invece la testimonianza più chiara del fatto che evidentemente ci sono prove schiaccianti contro i Sauditi. Magari i turchi hanno davvero piazzato sistemi di videosorveglianza all’interno dell’ambasciata.

Ora c’è la corsa per il compromesso, ma in tutto ciò, come sostenuto ieri da Pietrangelo Buttafuoco, “Come minimo Roberto Saviano scriverebbe – impegnandosi sul tema “libertà di stampa”– l’intero Robinson, l’inserto culturale di Repubblica. Quantomeno le diplomazie degli stati liberali avrebbero richiamato in sede tutti i loro ambasciatori e chiuse le rappresentanze (…) leverebbe alta la protesta in nome della democrazia e della libertà se invece che l’Arabia Saudita – l’alleato di ferro d’Occidente – fosse stata coinvolta la Russia di Vladimir Putin nell’agghiacciante omicidio di Jamal Khassoggi, il giornalista entrato nel consolato saudita ad Ankara per non uscirne più: ucciso e fatto a pezzi dagli sgherri di Mbs, ovvero Mohammad bin Salman, l’Al-Saud del petrolio che piace alla gente che piace. E, infatti, tutti zitti. Non si disturba l’assassino”.

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