Definì Kyenge un “orango”, condannato Roberto Calderoli: 18 mesi per lui, con l’aggravante razziale

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:46

Roberto Calderoli condannato per gli insulti razzisti a Cecile Kienge, per lui 18 mesi di reclusione

Da Ansa

Roberto Calderoli, senatore della Lega, è stato condannato in primo grado di giudizio ad un anno e sei mesi di reclusione per aver definito “orango” Cecile Kienge. All’epoca dei fatti (era il mese di luglio del 2013)  la Kienge era Ministro per l’Integrazione sotto il Governo di Enrico Letta.

L’entità della condanna tiene conto dell’aggravante razziale che il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto nell’atteggiamento di Roberto Calderoli.

Roberto Calderoli condannato per gli insulti razzisti a Cecile Kienge, i fatti risalgono al 2013

Abbiamo vinto un’altra volta. Evviva, evviva, evviva. Il razzismo la paga cara

Con queste parole l’ex Ministro del Governo Letta Cecile Kienge ha aperto il post attraverso il quale ha commentato la sentenza che ha inflitto a Roberto Calderoli una condanna a un anno e sei mesi di reclusione.

Il senatore l’aveva insultata, definendola “orango”, ed il Tribunale di Bergamo che si è occupato del caso ha riconosciuto l’aggravante razziale nelle esternazioni dell’esponente della Lega.

Correva l’anno 2013 e nel Luglio di quasi 6 anni, durante la festa della Lega Nord a Treviglio, Roberto Calderoli esprimeva così il suo pensiero su Cecile Kienge: Quando vedo Kienge penso ad un orango.

La frase, capace di far schierare con indignazione persino il Quirinale di Giorgio Napolitano, scatenò un putiferio. Inutile il tentativo di difesa compiuto dallo stesso Calderoli, che parlò di una battuta che sarebbe dovuta risultare simpatica.

In quell’occasione Cecile Kienge non sporse denuncia: tutto partì d’ufficio, per azione dei PM Maria Cristina Rota e Gianluigi Dettori. Questo implica che la Kienge non possa ricevere alcun tipo di risarcimento di natura economica.

Nel 2015 il Senato autorizzò il Tribunale di Bergamo a procedere contro Calderoli per il reato di diffamazione, escludendo l’aggravante razziale. La valenza razziale dell’insulto è stato però riconosciuto dalla Consulta, alla quale i magistrati si sono appellati.

Maria Mento

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