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Il rap spiegato agli italiani, rubrica sporadica sul genere più ascoltato dai giovani ma meno copreso dai meno

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Il rap spiegato agli italiani, rubrica sporadica sul genere più ascoltato dai giovani ma meno copreso dai meno giovani

la nuova scena rap
Se il rap è il genere più ascoltato in Italia è grazie soprattutto a questi qui su

Anno del signore 2019.

E’ il quattro febbraio, domani sarà il cinque.

E se nella mia città si festeggerà la Santa patrona in una delle feste religiose più partecipate d’Europa, a Sanremo inizerà la 69esima edizione del festival della musica italiana.

Un festival cui parteciperanno 22 concorrenti, selezionati da Claudio Baglioni in persona.

Proprio Claudio Baglioni, quello di “quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che m’immaginavo tutto”, una delle icone viventi della musica italiana.

Probabilmente coadiuvato da uno staff che ha ben noti i trend in terra tricolore, Claudio Baglioni porterà sul palco dell’Ariston ben sei sono artisti che in qualche forma fanno rap (stando almeno alla lettura che dà Wikipedia, che considera rapper anche gli ex partecipanti di ‘Amici’ Briga ed Irama).

Trionfante su Spotify e sulle piattaforme digitali, il rap italiano si prende definitivamente anche il festival della musica italiana (tant’è che i favoriti secondo i bookmakers sono proprio due “rappers”), dopo l’exploit di Rocco Hunt tra i giovani nel 2014 con ‘Nu juorno buono’ e le sporadiche partecipazioni dei Clementino e dei Nesli.

Sono lontani i tempi in cui il rap lo ascoltavano in quattro gatti (c’era chi nei ’90 cantava “domani saremo sempre di più”, ma sicuro non all’inizio del millennio) e i Sottotono in gara a Sanremo sembravano degli alieni (nel 2001 fu il primo duo rap – dj e mc – a partecipare come concorrente, con ‘Mezze verità’ canzone con accusa di plagio agli Nsync. Fu pure l’anno di Eminem ospite – vedi sotto – con tanto di polemiche assortite su questo corruttore della gioventù made in USA. Per un breve resoconto del rap transitato sul palco dell’Ariston, vi suggerisco questo pezzo di ‘Vice’).

Adesso il rap domina le classifiche, viene scelto come colonna sonora per pubblicità varie ed eventuali, è talmente di moda che viene reclamato dalla moda (i rapper vanno alle sfilate e parlano di moda che nemmeno l’appena linkato Vanity Fair) e genera più gossip che contenuti musicali.

Se canzoni ne escono a decine ogni giorno (“ci vorrebbero più alberi e meno rapper”, cantava un giovane rapper ), “grazie” al gossip esistono canali di Youtube che fanno centinaia di migliai di view solo riproponedo video delle story Instagram dei protagonisti della vastissima scena rap.

Proprio per riportare il discorso dall’effimero dei social alla musica proverò a curare questa rubrica, rivolgendomi più a quei 40epassaenni che avranno la pazienza di leggermi che ai giovani e giovanissimi che già il rap (e derivati) lo ascoltano e conoscono.

E’ solamente il mio spazio personale, del tutto opinabile, in cui parlerò del mio genere musicale di riferimento da ormai parecchi anni. Quando era il 2003 – 2004, il rap lo ascoltavano i succitati quattro gatti e “se non era per i Dogo in Italia finiva il rap” (in realtà, oltre a ‘Mi Fist’, qualcos’altro c’era, vedi ‘Mister Simpatia’ ed ‘Heavy Metal’).

Uno spazio in cui voglio guidare gli italiani alla scoperta di quello che è il rap e di quelli che sono gli artisti che valgono / che rappresentano qualcosa di significativo, secondo me e attraverso la mia limitatissima knowledge. Una knowledge limitatissima, ma comunque maggiore di quella del commentatore medio post tragedia di Corinaldo.

Avrei voluto iniziare questa rubrica a ridosso dell’accaduto, quando s’è pensato bene di colpevolizzare Sfera di plagiare un’intera generazione spingendo disvalore vario (che banale accusa, che si ripete da sempre. Quando ero ragazzino ricordo un discreto allarme sociale per Marylin Manson, allarmanti sono stati i Rolling Stones, per non parlare poi dei Sex Pistols. E Baglioni non è comunque un po’ volgare ad oggettivizzare il suo piccolo grande amore?), ma ho evitato di sciacallare – anche se come testata abbiamo dovuto parlare della drammatica vicenda di cronaca.

Perché il rap spiegato agli italiani? Tributo a ‘Il rap spiegato ai bianchi’

Ultimo warning sul titolo della rubrica, giacché – sia chiaro – non voglio assurgermi ad esperto in questa era di expertize diffusa (ma poi siamo tutti rovinati dalla Sind).

Il nome, ‘Il rap spiegato agli italiani, rubrica sporadica sul genere più ascoltato dai giovani ma meno copreso dai meno’ vuole vuole evidenziare la sua sporadicità (proverò a scrivere qualcosina ogni giorno, per dare continuità; ma riconosco i miei limiti e, oltre a salutarli, so di essere tremendamente scostante) e soprattutto vuole essere un tributo a David Foster Wallace e al suo – e di Mark Costello – ‘Il rap spiegato ai bianchi’ (approssimativa ma vincente traduzione del titolo originale: ‘Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present’), che vi suggerisco di leggere.

Scritto dallo scrittore suicida più amato dagli hipster (ma non è colpa di nessuno se c’è chi si appropria delle opere, vedi la sorte del Signore degli Anelli) è un interessante saggio – rivolto al bianco americano – circa il fenomeno nascente del rap, quando iniziava a non essere più solo un fenomeno underground.

Era il 1990.

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