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“Barca nostra” alla Biennale di Venezia, l’opera d’arte provocatoria di Cristoph Büchel

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La nave del naufragio dei migranti farà la sua comparsa come opera d’arte esposta a La Biennale di Venezia. Ma a molti la provocazione non piace

da Ansa

La tragica storia di circa mille migranti e forse anche più, morti in mare in un naufragio avvenuto il 18 Aprile 2015, è sbarcata alla Biennale di Venezia. Il relitto della nave coinvolta in quella drammatica traversata del Mediterraneo è stato trasformato in un’opera d’arte– ovviamente controversa e oggetto di molte discussioni- dall’artista Christoph Büchel. Noto per essere un provocatore, Büchel è stato autore di diverse installazioni artistiche che hanno avuto come fulcro la trasformazione di luoghi o di oggetti comuni al nostro vissuto contemporaneo.

“Barca nostra” alla Biennale di Venezia, arriva l’opera provocatoria di Cristoph Büchel

Sarà Venezia il relitto della nave che il 18 Aprile del 2015 affondò, nel Mediterraneo, portando con sé in fondo al mare più di mille migranti. Una carneficina che diede modo di salvarsi soltanto a 28 delle persone che si trovavano a bordo. Si tratta di un peschereccio che i trafficanti di migranti di nazionalità libica avevano acquistato da alcuni pescatori egiziani. Dopo la conclusione di quella compravendita, l’imbarcazione era stata riempita di migranti in fuga e aveva preso la via del mare. Andando incontro a un viaggio che non sarebbe mai andato in porto. Il relitto, recuperato dopo la tragedia, fu in seguito trasportato nella città siciliana di Augusta e divenne parte di un Giardino della memoria. Christoph Büchel, tra il 2018  e il 2019, lo ha trasformato in una installazione artistica intitolata “Barca nostra”: l’installazione sta già facendo discutere per la sua prossima presenza alla 58esima edizione de La Biennale di Venezia.

“Barca nostra” alla Biennale di Venezia, i precedenti di Büchel alla Biennale

Sulla presenza di “Barca nostra” alla Biennale c’è già chi storce il naso. Bisogna dire che lo svizzero Cristoph Büchel si è già distinto per delle performance molto boderline, una delle quali proprio alla Biennale di Venezia di 4 anni fa: si tratta della famigerata moschea nella Chiesa della Misericordia, allestita presso il padiglione islandese e poi “fermata” dalle autorità. Tra coloro i quali si chiedono se davvero una provocazione possa essere chiamata arte e chi invece respinge in toto quello che potrebbe apparire come un voler mettere in mostra, a tutti i costi, un mezzo attraverso il quale si è compiuta un’azione illegale culminata con la morte di molte persone, il dibattito è sicuramente aperto e ricco di argomenti ricchi di sfaccettature.

(Fonte: Avvenire.it e Il Primato Nazionale.it)

Maria Mento

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