Andrea Camilleri, una vita per l’arte e per la scrittura. Nel segno del Maestro che ha regalato una voce nuova alla Sicilia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:35

Andrea Camilleri è morto. Il Maestro, il papà del commissario Montalbano, non c’è più. Il suo corpo riposa tra le mura dell’Ospedale Santo Spirito di Roma, dove lo scorso 17 giugno era stato ricoverato in condizioni disperate in seguito a un arresto cardio-circolatorio. Il suo corpo riposa, ma non la sua anima, volata via per andare ad ascoltare- un’ultima volta- “u scrusciu du mari”.

Io lo immagino così, Andrea Camilleri: se avesse potuto scegliere, sono certa che la sua vita il Maestro l’avrebbe guardata tramontare all’orizzonte da una spiaggia della Sicilia. Forse proprio quella di Santa Croce Camerina su cui tante volte si è posato lo sguardo assorto di Luca Zingaretti. Ecco, Andrea Camilleri io lo immagino lì, in questo preciso momento. Lo vedo passeggiare e tenere per mano un bambino che proprio dal mare è arrivato, portando con sé una storia intrisa di dolore e morte. Lo avete riconosciuto tutti, sì. È il piccolo François, quel dolcissimo ladro di merendine che i lettori hanno amato fino alla commozione. François è cresciuto, prima di venire ucciso sulla carta e sul teleschermo, ma nell’immaginario collettivo è la sua versione bambina a essere rimasta più viva.

Così, mi piace pensare che loro due stiano camminando, mano nella mano, sulla battigia. Andrea e François lasciano serenamente che il mare attraversi infinite volte, prima di ritrarsi, le loro immagini incorporee;  il Maestro, nel frattempo, inventa dal nulla favole per incantarlo e rendere meno dura l’attesa. Stanno aspettando. Entrambi sanno che, prima o poi, il commissario Salvo Montalbano arriverà per dare la mano- con la sua ultima avventura, che già da tempo è stata scritta e aspetta solo di vedere la luce- a coloro che sono i suoi padre e figlio letterari.

Andrea Camilleri, destino di un siciliano che è stato memoria storica del Novecento italiano

Figlio di Giuseppe Camilleri e Carmelina Frangipane, Andrea Camilleri nacque il 6 settembre del 1925 a Porto Empedocle (Agrigento). Dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia a Roma, il giovane Andrea iniziò a frequentare il Liceo Classico “Empedocle” di Agrigento diplomandosi senza mai sostenere gli esami di maturità: era il 1943, e lo sbarco degli alleati (10 luglio 1943) sull’isola aveva portato alla preventiva chiusura delle scuole. Un lancio di uova contro un crocifisso gli era già costata l’espulsione dal Collegio Vescovile Pio X, la scuola da lui frequentata in precedenza.

Importantissimo, come egli stesso avrebbe ricordato in seguito, un periodo di tempo trascorso appena 20enne a Enna tra il 1946 e il 1947. Entrato in contatto con alcuni membri dell’ambiente letterario del tempo (ne facevano parte Nino Savarese, Francesco Lanza e Franco Cannarozzo) e guadagnatosi l’accesso alla Biblioteca Comunale diretta dall’avvocato Fontanazza, Camilleri visse intensamente avvicinandosi alla letteratura e formandosi come scrittore proprio in quei mesi cruciali della sua vita. Nel 1942 ebbe inizio la sua carriera da regista teatrale, esperienza aiutata dall’ingresso (nel 1949) all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica nelle vesti di allievo regista. All’Accademia Camilleri sarebbe tornato, stavolta come docente, rimanendoci per ben vent’anni (1957-1977).

Nel frattempo, il professionista eccelleva emergendo anche in altri ambiti artistici: pubblicava poesie (alcune delle quali presenti in un’antologia curata da Giuseppe Ungaretti) e racconti per riviste e quotidiani.  Il 1957 fu un anno di grandi traguardi per lui: non soltanto il regista sposò Rosetta Dello Siesto, ma iniziò anche a lavorare in Rai, tre anni dopo aver vinto un concorso e non essere stato assunto- come lui stesso rivelò- per la sua adesione a Partito Comunista Italiano. Nel 1978 si deve collocare il suo esordio letterario con “Il corso delle cose”, scritto in realtà nel 1968 e pubblicato solo dieci anni più tardi. Il 1994, però, è l’anno che segnò l’inizio della sua consacrazione definitiva: l’anno dell’inizio di quell’avventura che lo avrebbe condotto a diventare lo scrittore italiano più importante degli ultimi 20 anni.

Andrea Camilleri, il Maestro e l’incontro con Sellerio

Correva l’anno 1994 e per la prima volta Sellerio, la Casa Editrice palermitana fondata esattamente cinquant’anni fa da Enzo Sellerio e dalla moglie Elvira Giorgianni, dava alle stampe “La forma dell’acqua”. Si tratta del romanzo che ufficialmente ha presentato ai lettori Salvo Montalbano, il commissario di Vigata nato dalla penna di Andrea Camilleri. Certo è che quello non fu il primo incontro di Elvira ed Enzo con Andrea. La Casa Editrice aveva già pubblicato, dieci anni prima (1984), il suo romanzo storico intitolato “La strage dimenticata”.

Un autore siciliano su cui il fotografo e la moglie decisero di continuare a scommettere, con la lungimiranza che contraddistingue gli scopritori dei cavalli di razza. Nel 1994 nessuno poteva immaginare, forse neppure il suo stesso creatore, che la serie de “Il Commissario Montalbano”- più di altre creature camilleriane- fosse destinata a diventare un caso letterario per l’indiscusso valore che tutto il mondo le ha riconosciuto. Salvo Montalbano ha definitivamente consegnato alla pagine dei libri di storia uno degli scrittori più prolifici e più segnanti del nostro tempo: Andrea Camilleri, il cantore che ha dato una voce e una speranza nuova alla Sicilia.

Andrea Camilleri, nel segno di “Il commissario Montalbano sono!”

Di commissari, di vice questori, o più semplicemente di investigatori dilettanti, la letteratura e il piccolo schermo ce ne propongono in quantità industriali. Ma, nonostante il target delle storie a sfondo investigativo e misterioso veda il fiorire di una “concorrenza” che pare non conoscere crisi, è lui e lui soltanto il commissario più amato della televisione italiana: Salvo Montalbano. Non ce n’è per nessuno perché nessuno è stato capace, negli anni, di arrivare dritto al cuore come ha saputo fare lui con la solidità della sua presenza scenica. In apparenza burbero e solitario, amante della buona cucina (a cui rende merito con il suo “pititto lupigno”) e  alla stessa maniera amante di quel mare col quale ama fondersi e confondersi per non affondare insieme ai tristi pensieri, eterno fidanzato (fedele ma non troppo) della lontana Livia Burlando, Salvo Montalbano è entrato nelle grazie degli italiani per il suo incorruttibile senso di giustizia e per la sua dedizione estrema nei confronti delle frange più deboli della società.

Montalbano è dalla parte di coloro che sovente vengono emarginati perché additati come reietti. Lui è il commissario che lotta contro i poteri forti, quei poteri che capita- ahinoi!- di trovare annidati anche là dove non dovrebbero affatto trovarsi. Lotta, Montalbano, lotta persino contro i suoi superiori che vorrebbero mantenere il più possibile lo status quo, per evitare di pestare i piedi alla “gente che conta”. Non si tira indietro, Montalbano: non si sottrae alla lotta per il bene, e lo fa mostrando tutta l’intelligenza che lo contraddistingue. Evita lo scontro diretto, rabbioso, perché sa che quello è il terreno in cui i suoi detrattori avrebbero la meglio. Lascia che i suoi avversari credano di avere il coltello dalla parte del manico, assecondandoli e rassicurandoli prima di agire- a loro insaputa- in modo diametralmente opposto. Salvo Montalbano odia il male, quello compiuto con intenzione e con calcolo, e lo interiorizza in maniera quasi somatica quando a farne le spese sono le donne e i bambini indifesi. Qualcuno lo ha definito un antieroe. Alla fine della fiera, Salvo Montalbano, pur vincendo le sue battaglie, non è mai un vincitore: è solo un commissario consapevole di aver schiarito impercettibilmente, versando una goccia di speranza, un oceano reso oscuro dalla gravità delle nefandezze umane.

Andrea Camilleri, il suo Salvo Montalbano in televisione

Alla fine degli anni ‘90, sull’onda dello stupefacente consenso raccolto da “La forma dell’acqua” e anche da “Il ladro di merendine” (1996) e da “La voce del violino” (1997), la Rai decise di produrre una fiction incentrata sul personaggio di Salvo Montalbano. Nacque così un viaggio che ancora oggi non ha finito di regalare al pubblico emozioni intense e viscerali. Sebbene spesso e volentieri vadano in onda le repliche, anziché episodi confezionati ex novo, il gradimento del pubblico per il suo commissario è sempre alle stelle.  Un successo che– a distanza di 20 anni esatti dalla prima messa in onda su Rai2per molti rimane inspiegabile. I personaggi della fiction Rai, magistralmente guidati in quest’avventura dal regista Alberto Sironi, sono entrati a far parte della vita quotidiana dei telespettatori, quasi come fossero parte integrante del loro parentado o delle loro amicizie.

I personaggi di un libro che si personificano fino a sembrare degli esseri viventi, fatti pure loro di sostanza, di carne e ossa come tutti noi. Un miracolo letterario che difficilmente si era compiuto in precedenza, e comunque non con questa intensità emotiva. In televisione, Salvo Montalbano ha il volto di Luca Zingaretti; è affiancato dall’irriducibile donnaiolo Mimì Augello (interpretato da Cesare Bocci) e dal precisissimo Giuseppe Fazio (interpretato da Peppino Mazzotta). A quest’ultimo il compito di storcere il naso davanti alla volontà del suo capo di arrivare alla verità non seguendo le regole per filo e per segno.

Ma è proprio per questo che il  commissario Salvo Montalbano piace così tanto: piace perché è rimasto umano e non vuole nascondere le sue imperfezioni e le sue debolezze, permettendo a ciascuno di noi di rivedersi in qualche sfumatura del suo agire o del suo carattere. Forse piace anche perché, in una Sicilia ancora ben lontana dall’essere libera dalle catene in cui il malaffare la imbriglia, Salvo Montalbano lotta per fare la cosa giusta. Il commissario agisce col fine di dare giustizia alle vittime e condannare i colpevoli, ed è totalmente consapevole di agire come l’ingranaggio di un meccanismo in cui giustizia non sempre fa rima con ciò che è materialmente giusto.

Andrea Camilleri, la Sicilia è la regina di tutte le “sue” donne

C’è una donna speciale, ed è la più maestosa di tutte, tra quelle che Andrea Camilleri silenziosamente canta. È la stessa che da millenni affascina interi popoli e che, a ben vedere, non è una donna: è un’isola. Salvo Montalbano e tutto il suo “circolo equestre” non sarebbero mai stati il meraviglioso ed eclettico parterre di caratteri che conosciamo, se non fosse stato il Barocco della Val di Noto ad accogliere e a cullare le inquietudini tanto care alla poetica del Maestro. E la Trinacria è la regina di tutte le donne di cui il Maestro ha scritto nel corso della sua lunga carriera.

È particolare, la donna, in Camilleri: a lei si tende ad attribuire l’origine di tutti quei mali che portano l’uomo alla dannazione. Lo stesso Salvo Montalbano ha rischiato più volte di essere sedotto da donne che avevano come unico loro obiettivo quello di fuorviarlo e manipolarlo. Nondimeno, l’uomo non può fare a meno di essere fatalmente attratto dall’essenza femminile, dalla sua sensualità, pur conoscendo bene i rischi che potenzialmente corre. Metaforicamente parlando, questa è la storia della Sicilia e dei suoi figli.

Al centro del Mediterraneo c’è una terra meravigliosa e maledetta, aspra e forte, misterica e misteriosa. Chi la vive sin dalla nascita non può fare a meno di amarla, eppure- con un dolore che è di pari intensità- non può fare a meno di lasciarla per tentare di costruire altrove la propria fortuna.

Andrea Camilleri, addio a un intellettuale siciliano che ha rivendicato con forza il suo essere uomo del Sud

Nel suo celeberrimo “Viaggio in Sicilia”, Goethe ha scritto che “L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto”. I siciliani sono un popolo strano, talvolta persino paradossale: sembra che per loro la chiave di tutto si trovi in ogni luogo tranne che in Sicilia.

Con Andrea Camilleri possiamo dire che, nella letteratura contemporanea, si sia aperta una “lama di luce”: un modo più intenso di percepire la Sicilia, e non solo perché i suoi scritti hanno consentito al mondo di innamorarsi delle bellezze della Val di Noto. Le meraviglie della Vigata di camilleriana invenzione erano conosciute, da ben prima, e invece la magia si compie quando è la penna del Maestro a proporcele e ci pare di vederle con occhi sempre nuovi. Per raccontare la sua Sicilia, Camilleri ha messo a punto l’espediente di una lingua che fosse a metà strada tra italiano e siciliano. Per farsi comprendere da tutti, per non escludere nessuno. Ci sono sempre i cattivi nelle sue storie, c’è sempre quel senso del grottesco che rende unico ogni suo scritto, c’è sempre quel mondo mafioso e oscuro con cui Montalbano o altri personaggi si devono loro malgrado confrontare. Ma in Camilleri si avverte la voglia di parlare della sua gente, di svelare la sua vera essenza (anche attraverso le sue miserie) e non di nasconderla.

Quando un siciliano si rapporta al mondo “esterno”, improvvisamente c’è chi tende a ridimensionare o a dimenticare i meriti culturali di un’isola dalla storia millenaria che oggi è resa immobile da decenni di corruzione, malavita e arretratezza. “Sicilia è mafia”, si sente spesso dire anche nel 2019. Probabilmente anche i siciliani stessi hanno iniziato a pensare che le persone che di mafioso non hanno nulla siano state irrimediabilmente sporcate dalle azioni della malavita. Un po’ come quando si dice che le colpe dei genitori ricadono sui figli. Noi siciliani abbiamo forse iniziato, ed erroneamente, a vergognarci delle nostre origini e della nostra storia. Andrea Camilleri, invece, non ha mai smesso di raccontare e di rivendicare con forza la storia e i drammi della sua terra. Non ha mai smesso di raccontare del danno economico che il Mezzogiorno ha subito a causa delle scelte scellerate prese dal Governo dopo l’Unità d’Italia. Di quella mafia che sta divorando tutto e che ha preso le mosse proprio da questi trascorsi storici.

Con il Maestro, che è stato così capace di entrare in profondità nella vita degli italiani, è nata una consapevolezza nuova: quella della necessità di non nascondere la storia ma di rileggerla e di usarla come viatico per la comprensione di tutte le cose che viviamo nel presente. Non bisogna rigettare le proprie origini, non bisogna rinnegarle, non bisogna vergognarsi. Le si deve esaltare, anche con veemenza qualora il caso lo richieda. In un mondo in cui le persone sono abituate a vergognarsi per quello che sono, Andrea Camilleri non ha nascosto la sua sicilianità né ha mostrato vergogna nel provenire da una terra rinnegata e bistrattata. Ha trovato, anzi, una via per raccontarla e renderla immortale.

Essere siciliani non è una condanna da scontare chinando la testa una volta di più. Essere siciliani significa prendere sulle proprie spalle l’impegno di lottare affinché, un giorno, questo valore storico e umano che la Sicilia rappresenta nel mondo sia riconosciuto, in prima battuta dagli italiani che continuano a vedere la divisione (e non l’unità) tra Nord e Sud. Ho iniziato questo mio tributo ad Andrea Camilleri parlando di un sogno sognato sulla spiaggia di Santa Croce Camerina. L’eredità culturale che il Maestro ci ha lasciato riguarda un altro sogno, questa volta non da sognare ma da realizzare: il sogno di un’Italia in cui nessuno più si debba vergognare delle proprie origini e in cui tutti possano smettere di chinare la testa di fronte al malaffare, alla violenza e all’odio. Odio al quale, e di questo Camilleri era fermamente convinto, stiamo purtroppo addestrando le nuove generazioni.

Maria Mento

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