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Carl Brave alla Villa Bellini conferma le sue grandi capacità (e conferma come Polaroid sia il passato)

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Carl Brave durante il concerto alla Villa Bellini

Di ritorno a Catania dopo il concerto di marzo al Teatro Metropolitan, Carl Brave è riuscito a trascinare alla Villa Bellini una più che discreta quantità di spettatori, specialmente considerando la data (ad agosto anche Catania si svuota).

A differenza di quanto aspettato, la composizione della folla – un migliaio di persone – è variegata: ci sono le ragazzine che sanno a memoria tutte le sue canzoni, ci sono giovani universitari (che hanno potuto accedere con un biglietto ridotto) ma ci sono anche trentenni e quarantenni.

E c’è anche chi va ancora più in là negli anni – e non sappiamo se sono lì per accompagnare i figli minorenni o se sono lì nelle vesti di fan di Carl Brave. Accanto a me, ad un certo punto, ho due padri di famiglia: riprendono con i telefonini, come un po’ tutta la platea, e scambiano commenti che diventano – man mano più che prosegue il concerto – sempre più entusiasti. Qualora siano andati come accompagnatori, sono usciti dalla Villa Bellini anche un po’ fan.

Perché Carl Brave dal vivo è capace, a differenza di diversi altri “artisti” della stessa generazione.

Ma veniamo al concerto.

In apertura, annuncia di essere stato molto ispirato dall’aria frizzante di Catania e che durante i tre giorni di permanenza nella città etnea ha scritto qualche nuova traccia per il nuovo album (boato): magari è solo una captatio benevolentiae, ma pur sempre migliore di quelle classiche che vorrebbero ogni singolo pubblico davanti all’artista il migliore.

Non dirà molto ancora e questa, volendo, è una delle critiche che si possono muovere a Carl Brave: il poco spazio dedicato al “dialogo” coi fan – anche se c’è da dire che le poche battute non parebbero turbare più di tanto il pubblico.

Sono venuti per la musica e la musica – a differenza di Coez quando ha a che fare con troppa beltà – c’è.

C’è musica, ci sono otto abili musicisti e c’è Carl Brave che dimostra ancora una volta di essere un vero artista: a qualcuno potrà anche non piacere (si può forse criticare la costruzione dei testi, che ruota attorno a pochi topoi), ma nessuno può negare che Carl Brave sappia cantare e si impegni al massimo per portare a termine una performance degna di nota.

La scaletta seguita è quella che vi abbiamo anticipato ieri e le canzoni proposte sono tanto quelle dei due album solisti quanto quelle di Polaroid.

Nel caso delle canzoni di Polaroid, però, si tratta quasi di una parentesi: le cinque canzoni tratte dall’album d’esordio sono riarrangiate e vanno via in una decina di minuti. Non ci sono le strofe di Franco126 e l’attitudine con cui Carl Brave canta le sue è quasi svogliata: magari sarà perché le ha cantate alla nausa, magari sarà perché rappresentano una parentesi passata, ma pare quasi le canti con poca voglia.

Molto maggiore la voglia gli spettatori, che non perdono l’occasione di cantare all’unisono “Pellaria”, con il divertente effetto di sentire un ritornello fortemente romano marcato da un forte accento catanese.

Geniale l’idea di far apparire – nel caso dei featuring con Gue Pequeno ed Elisa – le immagini degli artisti sullo sfondo (vedi foto seguente): essendo Catania la periferia del mondo, non ce li saremmo aspettati sul palco e quindi vedere quantomeno la loro immagine proiettata su una sorta di smartphone gigante, ha reso possibile rendere le tracce in questione più fedeli all’originale (oltre a dare la possibilità a Carl Brave di riprendere fiato).

Magari ci saremmo aspettati di vedere anche Fibra in Fotografia Max Gazzè in Posso o Gemitaiz in Malibù (canzone con cui ha chiuso la serata – durata in totale circa un’ora e mezza), ma non è possibile avere tutto dalla vita e, personalmente, se avessi davvero dovuto chiedere qualcosa di diverso nella conduzione del concerto, avrei chiesto più spazio per Polaroid.

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