Strage di Corinaldo, un papà chiede lo sblocco del telefono della figlia morta: la storia di Emma Fabini

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:28
Emma Fabini, la ragazza di 14 anni che ha perso la vita a Corinaldo l’8 dicembre del 2018

Il telefono di Emma Fabini, ragazzina di 14 anni che ha perso la vita un anno fa nella strage avvenuta in una discoteca di Corinaldo, è stato restituito alla famiglia dopo il sequestro. Ma non si riesce a sbloccare

Tra le sei persone che hanno perso la vita lo scorso anno, a Corinaldo, c’era anche la 14enne Emma Fabini. Il suo telefono, un Iphone 6S, è stato a lungo tempo sequestrato dagli inquirenti e poi restituito alla famiglia. I genitori, però, non possono accedere ai contenuti presenti nel cellulare. Non possono vedere quali siano stati gli ultimi pensieri scritti dalla figlia prima di morire (sotto forma di messaggi) o quali foto la giovane abbia scattato, e questo perché il telefono risulta bloccato. Bisognerebbe digitare un codice che al momento rimane sconosciuto, e così una mamma e un papà non solo sono stati privati di una figlia ma anche della possibilità di avere con loro alcuni ricordi dei suoi ultimi istanti di vita. È stato il papà di Emma a chiedere aiuto per poter avere finalmente accesso a questi contenuti. Emanuela Audisio ha scritto un toccante resoconto per la Repubblica.

Strage di Corinaldo, il papà di Emma Fabini e quel telefono della figlia che non si sblocca

Fazio Fabini ha 62 anni ed è il papà di Emma Fabini, la ragazzina di 14 anni che nel dicembre del 2018 ha perso la vita a Corinaldo, insieme ad altre 5 persone che si erano recate in una discoteca sperando di assistere a un concerto di Sfera Ebbasta. L’uomo ha raccontato cos’è accaduto dopo quei tragici momenti e della vicenda legata al telefono cellulare della figlia, sequestrato dagli inquirenti e poi restituito a lui e alla moglie ma impossibile da sbloccare. Tanto che i due genitori sono oggi impossibilitati nell’accedere ai contenuti del telefono della giovane, anche se avrebbero voluto tenerli come ricordi della figlia.

Era un mio regalo per la sua licenza di terza media, comprato a mio nome, ho firmato io il contratto, Emma era minorenne. Quando ho dovuto riconoscere mia figlia, lei era già nella bara di zinco, nel piazzale della discoteca, e il cellulare non c’era. Nemmeno le sue amiche sapevano dove fosse. Il nostro avvocato Luca Pancotti ci ha detto di rivolgerci ai carabinieri fornendo il numero di serie. Così abbiamo saputo che era finito sotto sequestro. Dopo un mese una pattuglia dei carabinieri si presentata a casa con 5 euro: “Sono di sua figlia, erano sotto la cover del telefonino” (…)”, ha iniziato a raccontare l’uomo, per poi proseguire con la vicenda dei tentativi di sblocco dell’Iphone.

Ci restituiscono l’ iphone di Emma. Proviamo varie password: la sua data di nascita, le nostre, quella delle sue amiche più care. Io avevo fiducia in mia figlia, l’ ho messa in guardia contro certi pericoli, i falsi profili, e l’ atteggiamento dei ragazzi più grandi, le chiedevo di raccontarmi, ma non invadevo la sua privacy. Siamo stati etichettati come genitori irresponsabili, incapaci di dire no, ma Emma era una ragazza educata, chiedeva, non pretendeva, e io non credo che l’ educazione sia nel negare senza motivo. È lo Stato che deve fare in modo che i nostri figli frequentino edifici dove le norme di sicurezza siano osservate. Ad Emma piacevano Ultimo e l’ attore Brodie Sangster che interpreta Newt nella saga Maze Runner . Ma nemmeno le loro date erano valide. E così ci siamo fermati perché dopo un po’ di errori il cellulare si blocca”.

Strage di Corinaldo, se il telefono diventa un mondo di ricordi negati

Alla famiglia Fabini, per sbloccare il telefono, non è rimasto altro da fare che percorrere altre strade: quella di chiamare l’assistenza telefonica e di recarsi fisicamente in un Apple center.  In entrami casi la risposta ricevuta è stata sempre la stessa, e cioè non si può fare niente oppure si può azzerare il telefono per tornarlo a usare come se fosse nuovo, ma così si perderebbero tutti i dati finora salvati e i coniugi Fabini perderebbero quello che stanno cercando di recuperare.

Cosa fare? Si tenta l’aiuto di un tecnico, senza però risultati, e ci si rivolge a un esperto di informatica che collabora col Tribunale (consigliato dal maresciallo della caserma di Ancona), il quale dice ai coniugi che c’è chi è in grado di farlo (una società di Monaco di Baviera) ma pagando tremila euro. Solo che la famiglia Fabini non intende pagare per quello che considera un diritto: accedere a un telefono che di fatto è intestato al padre della vittima per recuperare le ultime emozioni provate da una figlia che è stata loro strappata via.

Il cellulare è di mia proprietà, Emma aveva Instagram, ma come tutte le ragazzine scattava a raffica, faceva molti video, la memoria di iCloud era già esaurita da mesi. Un conto è se Apple senza codice è inviolabile, un altro è se è solo una questione di prezzo. Nei cellulari degli indagati la polizia è entrata, quello di Emma, non più necessario per le indagini, invece resta secretato. L’ 8 dicembre è un anno che siamo senza Emma. Vorremmo rivedere il suo sorriso, non c’ è foto in cui non sia lieta, recuperare non solo quell’ ultima notte, ma anche il suo viaggio a Londra. Ha vissuto solo 14 anni, ritrovare i suoi ultimi mesi per noi è fondamentale, vedere le cose con i suoi occhi è un modo per starle ancora vicino (…)”.

Maria Mento