Legalizzata la repressione di Stato: il Cile nega il diritto alla protesta

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:04

È passata in Cile – prima alla Camera dei deputati con 127 voti a favore, 7 contro e 13 astensioni; poi al Senato, con 33 voti a favore, 2 contro e 2 astensioni -, la legge anti-scioperi (detta anche anti-barricata), fortemente voluta dal presidente della Repubblica Sebastián Piñera, che ieri aveva convocato, per l’occorrenza, il Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Il provvedimento, che modifica il codice penale, è volto a comminare pene più aspre ai presunti responsabili di atti di vandalismo, agli scioperanti e ai manifestanti che protestano o che violano l’ordine pubblico, per cui per i disobbedienti saranno previsti un minimo di 541 giorni e un massimo di cinque anni per chi agirà all’interno di un gruppo o di una organizzazione.

È stata legalizzata la repressione e annullato il diritto alla protesta sociale – ha denunciato il dirigente del Partido de Trabajadores Revolucionarios Dauno Tótoro, con il benestare di una buona fetta di opposizione, il Frente Amplio, e grazie all’astensione della maggioranza del Partido Comunista.

Le nuove misure consentiranno ai militari di proteggere le infrastrutture pubbliche senza la necessità che venga decretato lo stato di emergenza

Dall’inizio delle contestazioni popolari, si legge in un rapporto di Human Rights Watch (Hrw), gli agenti della polizia nazionale cilena (i cosiddetti Carabineros), hanno commesso gravi abusi dei diritti umani, ricorrendo alla forza e alla violenza durante la detenzione dei manifestanti: 26 persone sono morte, migliaia di manifestanti sono stati feriti, anche gravemente, e donne, ragazze, bambine, sono state costrette a spogliarsi e subire torture e violenze sessuali solo per essere scese in piazza.

Resisteranno le numerose forme di solidarietà emerse di recente difronte a queste misure repressive che tanto rimandano al modello Pinochet?

 

 

 

Iscriviti al canale Telegram di NewNotizie per non perdere nessun aggiornamento: CLICCA QUI!