HIV, ricercatrice contrae virus in laboratorio. Maxi-causa contro due Università

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:05

La triste vicenda di una ricercatrice italiana che nel compiere delle ricerche in laboratorio per la sua tesi di laurea avrebbe contratto il virus dell’HIV. Chiesto un maxi-risarcimento a due Università

Sconvolge la storia della ricercatrice che si è infettata mentre conduceva esperimenti sul virus modificato dell’HIV. Lei è italiana e studia all’Università di Padova ma, per condurre delle ricerche da inserire nella sua tesi di laurea, si era recata anche all’Università di Ginevra. In laboratorio, pur lavorando con un BSL 2 (bio safety lab), e cioè con un profilo di rischio molto basso, la giovane donna avrebbe contratto il virus. Dopo tutti i controlli del caso- che pare abbiano permesso di accertare il contagio da materiale di laboratorio (anche se ancora non sono chiare le circostanze)- è partita una maxi richiesta di risarcimento: si parla di milioni di euro e l’avvocato Antonio Serpetti (avvocato della ricercatrice) la cifra sarà commisurata al danno– biologico, morale e materiale- subito dalla parte lesa.

Ricercatrice contrae virus dell’HIV in laboratorio, la vicenda e il prossimo processo

Si terrà nel 2020, presso il Tribunale di Padova, il processo che vede coinvolti una ricercatrice italiana, l’Università di Padova e un ateneo europeo (quello di Ginevra, come spiega Next Quotidiano) in cui la donna era stata inviata per compiere le sue ricerche. Il caso è delicato e riguarda un’infezione da virus modificati dell’HIV avvenuta in laboratorio ai danni di una ricercatrice che stava compiendo degli esperimenti i cui risultati sarebbero dovuti essere parte del suo elaborato di tesi. La donna contagiata studia presso l’Università di Padova e per compiere tutte le ricerche del caso ha lavorato anche nei laboratori dell’Università di Ginevra.

Come ha scritto la Repubblica, sono state effettuate tutte le indagini necessarie e sono state immediatamente escluse altre vie di contagio. Anche perché il tipo di virus trovato nel sangue della ricercatrice apparterrebbe al tipo NL4-3 + JRFL: è un tipo di virus presente in laboratorio, ma non circolante tra la popolazione. Nonostante questo, però, fino ad ora non si sono capite quali siano state le modalità del contagio, né in quale laboratorio tutto questo possa essere effettivamente avvenuto. Sembra, infatti, che nei laboratori in cui ha lavorato la studiosa non ci siano stati incidenti tali da poter causare l’infezione e l’Università di Padova ha già fatto realizzare due perizie che escluderebbero l’Ateneo italiano quale fonte di contagio.

Ricercatrice contrae virus dell’HIV in laboratorio, parla la virologa Claudia Altieri

Next Quotidiano ha intervistato, in proposito, la virologa Claudia Altieri (Università di Milano), la quale ha spiegato che non si sa come la ricercatrice possa essere stata contagiata. “Il contatto con le mucose di occhi, bocca e naso o con una ferita. Nelle provette i virus sono in coltura, quindi molto concentrati. Per questo le mucose possono essere una via per il contagio”, ha detto la virologa. La professionista ha anche chiarito quali siano le procedure da rispettare in laboratorio e perché è quasi impossibile contagiarsi così:

Si lavora solo in laboratori con precauzioni ben definite. I virus sono contenuti in provette sigillate ed etichettate. Possono essere aperti solo all’interno di una cappa con un flusso d’aria. Gli operatori indossano due camici, due paia di guanti che ricoprono tutto il braccio, mascherina per bocca e naso e occhiali. Una barriera trasparente separa l’operatore dalla cappa. C’è solo lo spazio per muovere le mani. Con queste precauzioni è difficile entrare in contatto con il virus”.

Maria Mento

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