Storica sentenza di cassazione: coltivare cannabis in casa non è reato

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:25

Cannabis coltivazione in casa

Una sentenza destinata a far discutere quella del 19 dicembre scorso in cui la Corte di Cassazione ha deciso che chi coltiva marijuana per uso domestico non commette reato.

Le Sezioni penali Unite hanno deliberato una sentenza epocale: coltivare cannabis in casa, in minima quantità e solo per uso personale non sarà più reato. Per la corte di Cassazione “non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica. Attività di coltivazione che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore“.

Secondo la corte la tutela della salute pubblica non viene intaccata dal singolo che coltiva per se stesso qualche piantina di marijuana.

Chiarezza sulla coltivazione casalinga di marijuana

Nonostante i kit per la coltivazione della cannabis e gli stessi semi fossero legali e diffusi, la coltivazione rappresentava comunque un illecito. Fin ora la Corte Costituzionale è intervenuta più volte sul tema ma sempre con chiusura e rigore, nonostante alcune sentenze controverse che hanno contribuito ad alimentare confusione sull’argomento.

Il principio emerso si poteva infine riassumere così: la coltivazione di cannabis era sempre reato, indipendentemente dal numero di piante, dal principio attivo contenuto e rilevato dalle autorità o dalla destinazione d’uso personale del prodotto.

Il cuore delle sentenze era rintracciabile nella possibilità di estrarre principi attivi, condotta da “valutarsi come pericolosa, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga“.

Il reato di coltivazione di stupefacente resta configurabile come reato “indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente”.

Dalla massima provvisoria emessa dalla Corte dopo l’udienza del 19 dicembre leggiamo però il punto di svolta: “Devono però ritenersi escluse dall’ambito di applicazione della norma penale le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate i via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

Sara Alonzi

 

 

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