“Ucciso dal coronavirus ma era mio padre, non un numero”. L’intervista alla famiglia della vittima di Vo’

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:58

 

Parla la figlia del 77enne di Vo’ deceduto venerdì scorso presso l’ospedale di Schiavonia. Il lutto della famiglia e il ricordo del padre 

I contagi salgono, ed assieme ad essi la paura di poter essere un numero fra i tanti riportati nelle infografiche sul virus. Ed a volte si sente tirare accanto a noi un sospiro di sollievo quando si viene a conoscenza dell’età delle vittime decedute a causa del coronavirus. Per un momento, però, è come se ci dimenticassimo che tutti noi abbiamo un padre o una madre anziana, dei nonni o delle persone care particolarmente a rischio sanitario. Non numeri, ma famiglie percosse da un lutto comunque inaspettato. E questo concetto lo ribadisce a gran voce Vanessa, figlia del 77enne Vo’ deceduto venerdì scorso presso l’ospedale di Schiavonia. 

L’intervista alla famiglia del 77enne deceduto per coronavirus

“Adriano Trevisan non è un numero, non è la prima vittima italiana del coronavirus, non è un nome e un cognome sul giornale. Adriano Trevisan è mio papà, è il papà di Vladimiro e Angelo. È il marito di mia madre Linda. È il nonno di Nicole e di Leonardo”. Lo ricorda così la famiglia di Adriano in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica. E ha deciso di raccontare così la loro storia, ponendola dall’unico punto di vista da cui dovrebbe esser posta: quello umano. Vanessa è stata sindaco di Vo’, uno dei comuni da cui si è originata la diffusione del Covid-19. Attualmente lei e la madre sono poste in isolamento domiciliare dopo essere risultate positive al tampone. 

Chi era Adriano Trevisan prima del coronavirus

La figlia lo vuole ricordare così, per quello che ha significato realmente per la sua famiglia, e non come il primo paziente deceduto per coronavirus. Adriano aveva 78 anni, quasi totalmente autonomo come molti uomini orgogliosi della sua età che provano in ogni modo a nascondere qualche rallentamento causato dall’età. In paese lo chiamavano “Il moro” per la sua carnagione molto scura. Era un costruttore edile, e negli anni della sua carriera Adriano ha costruito moltissime strutture in quasi tutta la provincia di Padova. Un padre di famiglia come tanti, che nella sua vita ha viaggiato molto poco per dedicarsi a lavoro e famiglia. Comunista fino all’osso, un uomo orgoglioso, che nella sua vita ha dovuto fare tanti sacrifici per poter crescere i suoi figli.

“Lo ha ucciso il Coronavirus ma era mio padre, non solo un numero”

Alla domanda dei giornalisti della Repubblica su cosa l’abbia turbata di più di questa vicenda, ha risposto:“Che sia diventato una cifra. Vittima numero uno del coronavirus. Poi ci sono stati il due, il tre, il quattro… e hanno detto: “però era vecchio”, come se la sua età dovesse attenuare il dolore che provo, come se la sua scomparsa fosse meno importante. È morto venerdì e solo adesso che devo sbrigare le pratiche burocratiche, chiamare la banca, telefonare al notaio, comincio a realizzare. Stamani mi hanno chiesto di inviare il suo documento d’identità, sono andata a frugare nel suo portafogli e ho capito che mio papà non c’è più”.

La procura di Padova ha aperto un’inchiesta sulla sua morte

Nel frattempo la Procura di Padova ha aperto un’inchiesta sul decesso di Trevisan. Il fine è quello di capire se ci siano stati ritardi nella diagnosi di positività al virus: “Stava male già giovedì 13, aveva la febbre e problemi a respirare.Chiamo il dottore, gli riferisco le sue condizioni, ma appunto lui non viene ad auscultargli i polmoni. La domenica, il giorno del suo compleanno, l’abbiamo fatto ricoverare a Schiavonia”. Il medico ha quindi escluso totalmente l’ipotesi che potesse trattarsi di coronavirus, ma una volta giunto in ospedale i medici hanno capito che la situazione era più grave del previsto. Vanessa ha raccontato che “Alla fine la dottoressa è riuscita a convincere i suoi superiori dell’opportunità di fargli il tampone, visto che tutto il resto era stato escluso. Gliel’hanno fatto giovedì 20. Venerdì pomeriggio ero in ufficio, mi chiama mio fratello e mi dice che nostro padre ha il virus. Mollo tutto, vado a Schiavonia e trovo il reparto di Rianimazione blindato. La sera è morto. Comunque voglio ringraziare tutto il personale di quel reparto, sono stati angeli: quando papà ha avuto la crisi cardiaca, hanno provato a rianimarlo per 40 minuti. Ben venga l’indagine, ma lui non me lo porta indietro nessuno”.

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