Chi sono le tre ricercatrici italiane precarie che hanno isolato il coronavirus

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:59

Il team tutto al femminile del Sacco che è riuscito ad isolare il coronavirus: l’eccellenza italiana che vive nella precarietà lavorativa

Le hanno definite come le tre wonderwoman le ricercatrici del sacco che sono riuscite ad isolare in laboratorio il ceppo di coronavirus. Tutte giovanissime, la più grande ha 40 anni, e tutte unite, sostanzialmente, da due cose: l’amore per la ricerca e la precarietà lavorativa. Lavorano assieme ad un collega polacco, Maciej Tarkowski. Anche lui, come loro, non ha un posto fisso da ricercatore. 

Chi è l’ “iron” team dell’ospedale Sacco

Ai 4 ricercatori si affiancano i due professori dell’università Statale milanese Claudia Balotta e Gianguglielmo Zehender. E’ questo l'”iron” team che è riuscito per primo in Europa ad isolare il ceppo di coronavirus. E hanno fatto all’unisono una richiesta ai giornalisti:“Non vogliamo essere santificati. Niente romanzi sul nostro lavoro, per favore. Parliamo piuttosto del fatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno ottenuto questo risultato sono giovani e senza un posto fisso”. Ed è qui, proprio su questo punto, che la maschera della bella apparenza universitaria viene giù, mostrando il suo vero volto, quello del precariato. Arianna, Annalisa ed Alessia non sono altro che l’esempio tangibile, ora per puro caso sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica, di una classe lavorativa di cui l’Italia non tiene conto, ma che dovrebbe essere tutelata ed incentivata in tutti i modi possibili. Sono le eccellenze universitarie con il contratto a tempo determinato, un tempo nel quale, però, queste tre giovani sono riuscite ad isolare il ceppo del virus che sta facendo paura a tutto il mondo. Alessia ha 40 anni, è un ex assegnista della statale. Attualmente collabora presso il Sacco come libera professionista, nell’attesa di fare un concorso che la porterà nuovamente sulla strada della precarietà lavorativa. Annalisa di anni ne ha 29, è la più giovane del team. Come le altre per una settimana intera non ha fatto ritorno a casa, né ha visto parenti ed amici. Ma la soddisfazione, a detta loro, di poter aiutare l’intera popolazione mondiale ha ripagato di tutti gli sforzi. Sforzi, va precisato, pagati per neanche 1.200 euro mensili. Lo specifica Arianna dopo la domanda di uno dei giornalisti della Repubblica: “Non avere certezze è complicato, le bollette, l’affitto da pagare senza alcuna stabilità. Ma in questo momento provo una gioia che fatico a descrivere”. 

Nel frattempo nel laboratorio universitario il team continua a lavorare senza sosta. Il loro contribuito si è rivelato, e continua a rivelarsi, fondamentale per le ricerche attualmente in corso per dare vita al tanto atteso vaccino per debellare il Covid-19.

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