Coronavirus batte Europa 1-0? Lode al Servizio Sanitario Nazionale

A scrivere dell’emergenza sanitaria epidemiologica da Covid-19, ad un mese circa dalla comparsa dei primi contagiati, si rischia di non essere originali, snocciolando magari cifre e numeri. Piuttosto si può scegliere di buttare lo sguardo indietro, compiendo degli esercizi di memoria.

Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007), all’articolo 168, rubricato “SANITÀ PUBBLICA”, così recita: “Nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche ed attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana. L’azione dell’Unione, che completa le politiche nazionali, si indirizza al miglioramento della sanità pubblica, alla prevenzione delle malattie e affezioni e all’eliminazione delle fonti di pericolo per la salute fisica e mentale. Tale azione comprende la lotta contro i grandi flagelli, favorendo la ricerca sulle loro cause, la loro propagazione e la loro prevenzione, nonché l’informazione e l’educazione in materia sanitaria, nonché la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”.

Abbiamo memoria di ciò in questo periodo così travagliato e convulso per le nostre comunità? Piuttosto, si ha memoria dei silenzi, delle dilazioni decisionali, da parte della nomenclatura comunitaria, non proprio adeguati ad una situazione come quella che stiamo vivendo e che i nostri nonni (ahimè, l’epidemia ci sta privando della saggezza dei nostri avi) paragonano all’atmosfera della seconda guerra mondiale.

Ove ce ne fosse stato bisogno, la inazione dell’Unione europea ha confermato, ancora una volta, che il processo di integrazione europea ha una matrice solo ed esclusivamente economica. È mancata, sotto gli occhi di tutti, una cabina di regia per la gestione di quella che è stata definita dall’OMS una pandemia. Se l’Unione Europea non assolve a tale ruolo in casi come quelli che stiamo vivendo, allora a cosa serve? Tutto ciò necessita di una profonda revisione, se non addirittura di un ripensamento delle ragioni che stanno alla base dell’integrazione europea, altrimenti l’esito non potrà che essere il “liberi tutti” senza se e senza ma, a prescindere dal tardivo “siamo tutti italiani”, pronunciato dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

E allora, non ci resta che elevare lodi al nostro Servizio Sanitario Nazionale, in passato tanto vituperato. A proposito di esercizi di memoria, buttando lo sguardo indietro, lode dunque a chi l’ha inventato. Siamo in pieno boom economico: nel 1958 è approvata la legge istitutiva del Ministero della Sanità, durante il Governo guidato dal democristiano Adone Zoli, e nel 1978 è finalmente approvata la legge istitutiva del S.S.N., durante il IV Governo Andreotti. Firmataria di quel provvedimento la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica, la democristiana Tina Anselmi, Ministro della Sanità dal 1978 al 1979.

Rispolverare nomi e vicende del nostro recente passato ci aiuta a rivalutare la nostra classe politica di allora, gli operatori medici e paramedici, e tutto il nostro sistema sanitario, proprio ora che esso sta dando prova di grande professionalità ed abnegazione nell’impegno quotidiano a difesa dell’intera collettività.

Grazie alla legislazione degli anni Settanta, infatti, il nostro Paese è un modello di stato sociale che garantisce la piena assistenza sanitaria a tutti i cittadini, principio tutelato costituzionalmente all’articolo 32, secondo cui il diritto alla salute è un diritto fondamentale di ogni individuo (norma che i nostri Padri costituenti, fra tutti i democristiani Giuseppe Caronia e Giovanni Gronchi, vollero fortemente nell’attuale formulazione).

Ricordarsi di vicende e di protagonisti della nostra storia repubblicana risulta, in certi casi, un utile esercizio di memoria che risveglia il nostro orgoglio di essere italiani, ancor prima che europei.

Antonio Maria Ligresti