Coronavirus, una leggera testimonianza sulla professionalità e il garbatissimo affetto parmigiano: “Grazie medici e paramedici d’Italia, tutti”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:44

Riceviamo e, con estremo piacere, pubblichiamo – aperti alle testimonianze di tutti voi.

A ventotto anni sei un uomo, se sei in salute; se improvvisamente le tue cellule vengono messe sotto assedio da un virus zuzzurellone che ti lascia in regalo una bella polmonite, uomo caro, ti ritrovi bambino, con tutte le tue paure e con tutti i tuoi bisogni di tenerezze.

Ti ritrovi in ospedale. E’ difficile, in piena guerra, trovare in ospedale quella magica pozione fatta di elevatissima professionalità e garbatissimo affetto che fa di un medico o di un paramedico un angelo della vita. L’ospedale Maggiore di Parma è il paradiso dove questi angeli hanno la loro base. Anime preziose in tuta da ghostbuster: mai un tono alterato; un negarsi alla tranquillità del malato; chiedono pazienza, più ai parenti che al paziente in persona, ma ti regalano il sereno. Se siamo qua, sembrano dire, non è per farti un favore; siamo qua perché abbiamo scelto di esserci e per aiutarti.

I medici e i paramedici di Parma con cui ho avuto a che fare, rispondono ai caratteri, quasi coincidendovi, di cui Italo Calvino scrive: parafrasandolo, essi sono leggeri, rapidi, esatti, molteplici e concreti; e quando tutto questo ambaradan sarà finito, saranno anche visibili, belli sotto le loro bardature da guerrieri del terzo millennio.

Torniamo a Calvino.

La leggerezza dei nostri amici in camice fa sì che anche l’informazione meno piacevole che ti devono comunicare rientri non in un quadro di tragedia, ma in un protocollare andamento della vicenda; l’allarme incontrollato e dannoso diventa nel loro racconto profonda attenzione nella risoluzione del problema; l’isteria dell’impotenza diventa impulso di ricerca e impegno.

La loro rapidità in tempi di sovraccarico ospedaliero è manifesta nella calma che sembra regnare nei corridoi e nei viali del nosocomio. Nessuno è trascurato in questo luogo ossimorico di sofferenze e di gioie.

E poi ancora essi sono esatti, molteplici e concreti. Cosa aggiungere? La teoria di aggettivi s’attaglia perfettamente a questo esercito contro il male; a ciascuno di voi riempire di significati i singoli termini.

Grazie medici e paramedici d’Italia, tutti.

Un particolare grazie, da parte mia, a quelli dell’ospedale Maggiore di Parma.

P. S. mi tornano in mente le parole di uno di voi, “appena svezzeremo suo figlio, potrà tornare a casa”. Svezzare, suono aspro per un verbo bellissimo: “far perdere un vezzo, un’abitudine, disabituare”, una dipendenza. E’ bizzarro pensare che l’”abitudine” fosse quella all’ossigenazione supportata. Ma è bellissimo, adesso, pensare che il mio ragazzo è stato finalmente svezzato. Per la seconda volta nella sua vita.

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