Coronavirus, quanto sarebbe costato non chiudere le attività economiche in Italia? L’analisi pubblicata da Il Foglio

Il Foglio, quotidiano italiano fondato da Giuliano Ferrare a e oggi diretto da Claudio Cerasa, ha pubblicato un’analisi fatta da Guiso e Terlizzese sui costi che avrebbe implicato la decisione di “non chiudere” l’Italia durante la pandemia

Combattere il Coronavirus senza adottare le restrizioni che il Governo ha adottato ci sarebbe costato ancora di più in termini economici, oltre che di vite umane. A dirlo è un’analisi pubblicata da Il Foglio, il quotidiano fondato e reso celebre da Giuliano Ferrara. Quando la pandemia sarà finita, il nostro Paese si troverà a dover fronteggiare un disastro economico annunciato e già aggravato da quella crisi economica del 2008 mai pienamente superata.

Un duro colpo per l’economia di una Nazione che stava cercando di ripartire, nonostante il monitoraggio continuo svolto sul debito pubblico dalle istituzioni europee. Ma chiudere il Paese è stata una saggia decisione: mantenere lo status quo e lasciare alla pandemia il potere di dilagare ci sarebbe costato di più. Cerchiamo di capire insieme cosa dice l’analisi de Il Foglio, presentata in un articolo a firma di Luigi Guiso e Daniele Terlizzese.

All’Italia del Coronavirus  sarebbe costato di più non fare il lockdown, parlano Luigi Guiso e Daniele Terlizzese

Luigi Guiso sono e Daniele Terlizzese rispettivamente Axa professor of Household Finance Einaudi Institute for Economics and Finance e il Direttore dell’Einaudi Institute for Economics Finance. Entrambi hanno presentato uno studio, pubblicato dal Il Foglio, sugli effetti che il Coronavirus avrebbe avuto sull’economia italiana nel caso in cui si fosse presa la decisione di non fermare l’economia del Paese. L’Italia avrebbe riportato un danno finanziario minore? La risposta di questi due esperti è stata “No”.

È opinione diffusa che non mettere freno alle normali attività lavorative svolte dai cittadini avrebbe comportato una minore perdita economica rispetto a quella che ci troveremo a conteggiare a fine pandemia, quando arriverà il momento di rimettere in moto l’economia italiana. Guiso e Terlizzese vanno controcorrente rispetto a questa credenza e affermano che probabilmente- senza il lockdown– non solo avremmo avuto un numero superiore di decessi ma anche perdite più pesanti dal punto di vista finanziario.

In che modo? Secondo una teoria che vede strettamente connesse tra loro diverse variabili tra cui il dolore per la morte dei propri cari, la paura del contagio, il calo della produttività e dei prodotti disponibile, con un conseguente aumento dei prezzi dei beni di prima necessità (cosa che avrebbe maggiormente inciso sulla pienezza dele tasche degli italiani).

All’Italia del Coronavirus  sarebbe costato di più non fare il lockdown,

“(…) Proviamo a immaginare: che succederebbe se si lasciasse diffondere la pandemia? All’aumentare delle vittime aumenterebbe la percezione del rischio associato all’andare a lavorare, e molti comincerebbero a restare a casa per paura; anche coloro che continuassero a recarsi al lavoro sarebbero oberati psicologicamente dal lutto per parenti, amici, colleghi, e questo non potrebbe che riflettersi sulla loro produttività, che crollerebbe. Con lavoratori che scelgono di restare a casa e minore produttività di quelli che lavorano, comincerebbero a scarseggiare i beni di prima necessità. Il loro prezzo salirebbe, e dovrebbe salire al punto da compensare gli agricoltori, e gli altri lavoratori nella filiera produttiva dei beni necessari, per il rischio di ammalarsi continuando a produrre. L’aumento di questi prezzi, forse esorbitante, impoverirebbe tutti coloro che li devono comprare“, scrivono Guiso e Terlizzese.

Ma la crisi così innescata avrebbe potuto rappresentare un’opportunità? Magari spingendo a una maggiore produttività in altri settori? I due esperti hanno teorizzato che, probabilmente, non sarebbe stato sostenibile neppure questo scenario:

Ci si potrebbe aspettarescrivonoche ciò inneschi un aggiustamento nell’offerta di lavoro negli altri settori: i lavoratori impoveriti potrebbero essere indotti a lavorare di più, per procurarsi il maggiore reddito necessario agli acquisti divenuti più cari. Ma è presumibile che la situazione di emergenza concentrerebbe la domanda su beni e servizi di prima necessità, prosciugandola per quelli non necessari. (…)“.

A questo link è possibile leggere l’articolo completo contenente l’analisi di Guiso e Terlizzese.

Maria Mento