Coronavirus, uno studio di Harvard collega l’inquinamento alla diffusione del coronavirus

Coronavirus correlazione con inquinamento

Uno studio dell’Università di Harvard conferma la correlazione tra inquinamento e il decesso di pazienti affetti da coronavirus.

Secondo lo studio dell’Università di Harvard T.H. Chan School of Public Health, il legame tra inquinamento e Covid-19 è da evidente. Dallo studio emerge che pazienti affetti da coronavirus in aree inquinate hanno molte più probabilità di morire dei pazienti che vivono in aree in cui la qualità dell’aria è migliore.

Come riporta il dagospia, da un analisi di 3.080 contee degli Stati Uniti, i ricercatori hanno scoperto che livelli più elevati di particelle minuscole e pericolose nell’aria, note come PM 2.5, sono associate a tassi di mortalità più elevati causati dal coronavirus.

In tanti avevano avanzato questa ipotesi, ma questo è il primo studio a livello nazionale che mostra un collegamento statistico. Questi dati suggeriscono che l’esposizione prolungata all’inquinamento aumenta l’insorgenza di complicazioni polmonari.

Nel documento si afferma che se Manhattan avesse abbassato il suo livello medio di particolato di una sola unità, o di un microgrammo per metro cubo negli ultimi 20 anni, il distretto avrebbe probabilmente avuto 248 morti in meno di Covid-19 a questo punto della pandemia.

Lo studio potrebbe influenzare il modo in cui i funzionari della sanità pubblica scelgono di allocare risorse come ventilatori e respiratori

Il problema inquinamento già sollevato in Italia

Una ricerca pubblicata a inizio marzo dalla Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha confrontato il numero di giorni di sforamento dei limiti di Pm10 nell’aria, tra il 10 e il 29 febbraio 2020 (sulla base dei dati Arpa), con il numero dei contagiati da coronavirus fino al 3 marzo. Lo studio, pur non ufficiale – in quanto non sottoposta al  controllo di peer rewiew ed esente da pubblicazione- mette in luce una correlazione tra i due dati.

Le aree con più giorni di sforamento come la Pianura padana mostrano anche un maggior numero di contagi.

Anche studi passati hanno mostrato come il particolato atmosferico possa fungere da vettore di trasporto per i virus.

Sono citati quattro studi: uno del 2010 sull’influenza aviaria e le sua concentrazione nelle polveri nell’aria durante le tempeste di sabbia. Un altro del 2016 sulla correlazione tra virus respiratorio sinciziale nei bambini e l’inquinamento in una regione della Cina. Altri due, sempre in Cina, si riferiscono a casi di morbillo e inquinamento.

Alcuni esperti diffidano da queste teorie. Come ad esempio il virologo dell’Università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco.

Anche la virologa Ilaria Capua dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, a DiMartedì il 18 marzo 2020, ha dichiarato di non credere che l’aggressività del virus in Lombardia sia dovuta all’inquinamento.

Interessante l’affermazione dell’epidemiologo dell’Università di Pisa Pierluigi Lopalco che su Twitter ha scrtto: “il virus corre con le nostre gambe, non con i Pm10”

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