Cara Parma, lettera aperta ad una città e ad una famiglia adottive e ai dottori che incarnano lo spirito ippocrateo

Una lettera ad una città. Una lettera ad un luogo che adotta. Riceviamo e pubblichiamo

Cara Parma,
chi ti scrive è uno studente universitario di 28 anni. Studente che ha deciso di spostarsi lasciando la sua terra amata, la Sicilia, per venire qui ad apprendere ciò che poi un giorno sarà il mio lavoro.

Sin da quando ti conobbi per la prima volta rimasi ammaliato dalle bellezze che esprimevi.

Son tornato da studente anche grazie ad un’amica speciale che è venuta prima di me e mi ha detto: “Qua dal punto di vista dello studio si sta molto bene. Se vuoi cambiare vieni qui”.

Ed eccoci qui. Arriva l’anno accademico 2019/2020, la mia vita è cambiata e sono diventato un tuo cittadino.

Gli esami vanno bene, i professori sono disponibili nei confronti dello studente.

Poi accadde però un giorno accade un evento che difficilmente dimenticherò: mi becco una bella polmonite.

Inizialmente si pensava fosse un malanno di stagione. Invece con il passare del tempo si è capito che le cose non stessero così. Il non poter uscire nemmeno per fare la spesa o comprare i medicinali rendeva tutto complicato. Per fortuna nella tua splendida città ho due amici speciali (loro sanno di chi parlo) che, in barba al rischio di contagio, mi portavano i medicinali che mi servivano. Mi tiravano su e, anche se lontani, con il loro sorriso mi facevano sentire bene.

Loro sono e saranno sempre la mia seconda famiglia.

E in questo difficile periodo mi hanno fatto sentire a casa e mi hanno coccolato a distanza.

Gli amici sono coloro che nei momenti difficili – quando sei solo senza nessun familiare perché loro magari sono sparsi nel mondo o perché magari sparso per il mondo sei tu – ti danno la forza per andare sempre avanti.

Nonostante queste cure, comunque, la situazione non tendeva a migliorare. I miei genitori e mio fratello – ai quali devo moltissimo – mi monitoravano da lontano. Cercavano in tutti i modi di potermi stare vicino.

Alla fine, mia cara Parma, mi hai dovuto accogliere nel tuo ospedale. La struttura era quasi satura ma nonostante ciò mi hai rimesso a nuovo e mi hai permesso di nascere una seconda volta.

Mi hai fatto vedere in prima persona l’operato di questi “angeli scesi in terra” (medici, infermieri e tutto il personale) che nonostante il periodo di estrema difficoltà e nonostante la stanchezza che si percepiva nei loro visi hanno fatto sempre avuto il sorriso negli occhi, mostrando il vero valore dell’essere medico.

Sono stati per me un po’ come Robin Williams in Patch Adams.

Dai loro gesti ho capito il significato vero di un passo del giuramento di Ippocrate perché questi angeli hanno davvero perseguito e stanno perseguendo come scopo esclusivo la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza.

Ringrazio Dio per dare la forza a tutti i medici del Paese.
E, ancora, Mia cara Parma, ti ringrazio per tutte le bellezze e tutte le esperienze che mi hai dato e mi darai. Ti ringrazio perché qui sento di avere una seconda famiglia.

E adesso, anche se siamo a casa e vediamo tutto come una sofferenza perché vorremmo uscire, meglio pensare a dedicare questo tempo di reclusione casalinga forzata ai familiari (per i non pochi che li hanno vicini) piuttosto che fare scemenze e non averceli più.