Coronavirus, c’è chi l’affronta in maniera diversa: il caso svedese

La lotta al Coronavirus in Svezia è condotta in modo diverso sia a livello socio-sanitario che economico. Scopriamo il perché.

Il primo caso di Coronavirus in Svezia è stato riscontrato il 31 gennaio. Ciò nonostante fino alla metà di febbraio la diffusione del Covid-19 è stata decisamente contenuta. Quando i contagi sono cominciati a salire, l’Agenzia per la sanità pubblica ha esaminato il da farsi e stilato una road map a cui il governo si sarebbe dovuto conformare. L’idea su cui si sono basati è che non esiste una linea unica da seguire e che ogni Paese dovesse confrontarsi con le proprie peculiarità sociali, economiche, demografiche e sanitarie.

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Il concetto alla base della gestione dell’emergenza in Svezia è legato alla consapevolezza che un’epidemia non è esclusivamente un problema sanitario, ma anche economico e sociale. Dunque per affrontarlo bisogna mettere in campo competenze di diverso tipo: sociali, psicologiche, organizzative ed economiche (oltre che mediche). Proprio in considerazione della complessità del problema da affrontare le autorità sanitarie svedesi indicano una linea morbida di contrasto al virus. Non sono state chiuse dunque né le industrie né le attività commerciali. Solo a metà marzo si è deciso di fare continuare le lezioni attraverso la didattica a distanza e si è consigliato dove possibile il telelavoro.

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Coronavirus, il modello svedese

L’idea di una linea morbida inizialmente è stata duramente criticata. Gli esperti svedesi hanno infatti parlato di “immunità di gregge”, concetto bandito dal dibattito mediatico dopo le infelici uscite di Boris Johnson e Donald Trump a riguardo. Consci del fatto che il lockdown causa danni economici enormi e che non preserva dal rischio di seconde ondate, si è deciso per lasciare circolare con molte precauzioni il virus, in modo da poterlo controllare senza superare le capacità ospedaliere. Con un simile approccio è possibile giungere il prima possibile ad un’immunità per la quasi totalità della popolazione.

In tale scenario è ovviamente prioritario proteggere i soggetti maggiormente a rischio (anziani e soggetti affetti da patologie pregresse) ed introdurre alcune restrizioni. Affidandosi dunque alla dissuasione piuttosto che all’applicazione di divieti ferrei. Chiaramente stiamo parlando di un Paese che è molto diverso dal nostro, in cui si contano 10 milioni di abitanti su un territorio che è una volta e mezzo quello italiano. Il popolo è già abituato ad un certo distanziamento sociale spontaneo che è dovuto sia alla scarsa densità di popolazione che dal clima rigido. Inoltre parliamo di un popolo incline a fidarsi delle istituzioni e a seguire le indicazioni date.