Coronavirus, è morto lo scrittore Luis Sepúlveda: lottava contro il virus da febbraio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:22

Il mondo della letteratura dice addio a Luis Sepúlveda. Lo scrittore cileno è stato stroncato dal Coronavirus

Luis Sepúlveda è morto. Lo scrittore cileno si è spento a 70 anni presso l’Ospedale di Oviedo (Asturie, Spagna): qui era stato ricoverato a fine febbraio. Aveva contratto il Coronavirus e subito le sue condizioni erano apparse molto serie. Si era ammalata- in forma meno grave- anche sua moglie, Carmen Yáñez. Era stata proprio la donna, lo scorso 11 marzo 2020, a smentire una notizia data dai media spagnoli secondo cui il marito versava già in uno stato di coma.

Addio a Luis Sepúlveda, lo scrittore testimone della dittatura di Augusto Pinochet in Cile

Non solo scrittore. Anche giornalista, regista, sceneggiatore, attivista. È stato tutto questo Luis Sepúlveda Calfucura, noto al grande pubblico semplicemente come Luis Sepúlveda. Con lui se ne va non solo un grande protagonista della letteratura del Novecento ma anche un pezzo di storia dell’America latina. L’artista pagò sulla propria pelle, e a caro prezzo, il fatto di aver abbracciato una visione politica contraria a quella della dittatura di Augusto Pinochet, salito al potere con un colpo di Stato militare compiuto nel 1973.

Nato a Ovalle il 4 ottobre del 1949, Luis Sepúlveda manifestò fin da giovanissimo la sua indole ribelle e la sua voglia di rendere manifeste le sue idee politiche. A quindici anni era già iscritto alla Gioventù comunista e a diciassette anni già lavorava come redattore. Dopo una brave esperienza di vita in Russia (aveva vinto una borsa di studio presso l’Università Lomonosov di Mosca, dalla quale si fece espellere) e in Bolivia, fece ritorno in patria per aderire al Partito Socialista (anche Gioventù Comunista lo aveva, nel frattempo, espulso) e per entrare nella guardia personale di Salvador Allende, Presidente cileno e padre della scrittrice Isabel.

Qui, all’interno del palazzo presidenziale in cui si trovava l’11 settembre del 1973, fu sorpreso dal colpo di Stato di Pinochet. L’inizio della dittatura vide Sepúlveda incarcerato per sette mesi e torturato. La liberazione arrivò grazie all’intervento di Amnesty International, ma a questi fatti seguì un secondo arresto e una condanna all’ergastolo, poi comminata in otto anni di esilio. Dopo aver vagato per diversi Paesi, lo scrittore decise di trasferirsi in Asturia (era il 1996) e di tornare, in qualche modo, alle origini: il nonno era un anarchico ed era arrivato in America del Sud dopo essere fuggito dall’Andalusia per sfuggire alla pena capitale.

Addio a Luis Sepúlveda, il suo grande insegnamento: “Vola solo chi osa farlo”

La vita ci insegna che vola solo chi osa farlo. È la frase, celeberrima, che Sepúlveda fa miagolare a Zorba, il gatto protagonista di uno dei suoi lavori più conosciuti. Basta l’esistenza stessa dello scrittore- paragonabile a un romanzo pieno di suspense, peripezie, tensione e di colpi di scena–  a testimoniarci  che la sua è stata una vita vissuta al di fuori dell’ordinario. Luis Sepúlveda è riuscito a volare perché ha osato farlo, persino andando oltre a degli eventi storici che avevano cercato di ridurlo al silenzio.

La vasta eredità letteraria che ci ha lasciato consta di più di 30 opere pubblicate tra il 1969 e il 2018. Si parte con la raccolta di racconti “Cronache di Pietro Nessuno” (1969), ma è il romanzo intitolato “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (1989) a regalargli successo e fama. La sua ultima pubblicazione risale al 2018 e si intitola “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”. In mezzo troviamo quella “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (1996) da cui Enzo D’Alò trasse un film d’animazione (“La gabbianella e il gatto”, uscito nelle sale nel 1998) capace di incantare grandi e piccini.

I temi che pervadono i suoi scritti sono quelli che lo hanno accompagnato per tutti i 70 anni della sua vita: il tema del viaggio, dell’amicizia e dell’amicizia che nasce tra personaggi diametralmente opposti tra loro, la necessità di voler scavare in profondità tra le relazioni. Sono stati d’animo e situazioni che lo scrittore ha spesso adattato al mondo animale e al genere letterario della favola, come già fatto da altri prima di lui. Ma si parla anche di amore (con i 24 racconti di “Incontro d’amore in un paese in guerra”, del 1997), di amore malato (“Diario di un killer sentimentale”, del 1998), e delle vicende politiche e delle battaglie che lo hanno segnato umanamente (con i racconti  di “Storie ribelli”, pubblicato nel 2017).

La sua visione, come già detto in sedi diverse da questa, è quella di un mondo “corale”, in cui a prevalere sia non il singolo ma l’unione delle persone. Il collante che tiene unito le sue storie è la teorizzazione di un pianeta migliore in cui vivere. “Ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi, anche nei momenti peggiori”, scriveva ne “Le rose di Atacama” (2000), dimostrando di credere nella possibilità di non doversi per forza piegare. Questo fa di Sepúlveda un uomo che non aveva perso la speranza, nonostante tutto.

Maria Mento

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