Liberazione Silvia Romano, Maryan Ismail: “Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa. Non è una scelta di libertà”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:56

E’ una lettera che fa venire la pelle d’oca, quella pubblicata da Maryan Ismail sul suo profilo Facebook e diventata presto virale (rilanciata anche da Dagospia).

La donna, di Mogadiscio – attiva politicamente e fondatrice del Circolo Città Mondo del PD milanese (prima di lasciare il PD in polemica con la scelta di candidare al comune di Milano, Sumaya Abdel Qader – sociologa musulmana ortodossa), ha pubblicato attraverso il suo profilo su Facebook una lettera aperta rivolta a Silvia Romano che vi proponiamo di seguito:

Di seguito, alcuni dei passaggi che più ci hanno colpito.

Innanzitutto, sulla sua conversione:

“Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo”.

Quindi, sulla lettura strumentale della conversione della Romano:

“Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito ( che per cortesia non ha nulla di SOMALO, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.

La sua non è una scelta di LIBERTA’, non può esserlo stata in quella situazione.
Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.

E poi quale Islam ha conosciuto Silvia ?”

E, per finire (per finire con le parti che vi riportiamo – ché potete leggere per intero la sua lettera poco su), l’attacco all’Islam dei gruppi radicali somali, cui Maryan Ismail oppone la tradizione somala – che sarebbe ben altra cosa:

“No non è Islam questa cosa.
E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE.
E’ puro abominio.
E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime.

I simboli, sopratutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.

Quando e se sarà possibile , se la giovane Silvia vorrà , mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti.
Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi”.

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