Neonati morti per raro batterio, la denuncia di una delle madri: “Nell’ospedale di Verona condizioni igieniche allarmanti”

I piccoli avevano contratto il Citrobacter koseri all’interno del reparto di terapia intensiva neonatale. Tante le questioni che rimangono aperte, a partire dalla chiusura tardiva del reparto, e che saranno oggetto dell’inchiesta avviata a livello regionale

 

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A Verona sono morti 4 neonati a causa del Citrobacter koseri, un batterio killer molto raro e poco conosciuto. La testimonianza delle mamme ⬇️

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Il Citobacter koseri è un batterio rarissimo strettamente correlato ai generi Escherichia e Salmonella, che può manifestarsi attraverso le vie urinarie e causare danni al cervello talmente gravi da portare nel giro di pochissimo alla morte. Relativamente innocuo per gli adulti ma pericolosissimo per i neonati. Come è possibile, allora, che tale batterio fosse presente proprio nell’Ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento, a Verona, il centro nascite più importante del Veneto che conta 3500 parti l’anno? Domanda a cui spetterà dare una risposta la Procura veronese, che ha aperto un’inchiesta a riguardo.

Per ora non ci sono indagati ma 4 querele più 2 in arrivo. In questi giorni è stata ascolta dagli inquirenti Francesca Frezza, biologa e mamma della piccola Nina, una delle vittime. Il governatore Zaia ha nominato una commissione di esperti che avrà il compito di indagare su cosa abbia potuto favorire il batterio killer, in primis le condizioni igienico sanitarie della Terapia intensiva neonatale, reparto chiuso solo a giugno 2020 nonostante il primo caso di Citobacter koseri fosse stato rilevato nel 2018. Secondo Francesca Frezza le condizioni igieniche di Verona “sono allarmanti”.

Aperta l’inchiesta dopo la denuncia di una delle madri

Quello consumatosi a Verona è un dramma che ha avuto inizio ufficialmente nel novembre del 2019, quando la piccola Nina, nata nell’aprile 2019, è deceduta dopo essere stata trasferita d’urgenza presso l’Istituto Pediatrico Gaslini di Genova.

Ma Nina non è l’unica neonata ad aver subito questa terribile sorte, e a distanza di quasi due anni si inizia ad avere contezza della gravità della situazione: sono almeno 3 gli altri neonati deceduti ed altri in stato vegetativo, per giungere ad un totale di quasi 15 bimbi.

“Non si tratta di un caso”: a lanciare l’allarme ai tempi è stata Francesca Frezza, madre della piccola nina, deceduta nel 2019. Già nel 2018 si parlava del primo caso, ma il reparto è stato chiuso solo a giugno di quest’anno. Una domanda, allora, sorge spontanea: perché non chiuderlo prima? A questo quesito Francesco Cobello, direttore dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata, non dà risposte, ma non può fare altro che confermare la comparsa del batterio nel reparto circa due anni fa: “sì, esiste il caso del 2018 ma lo abbiamo cercato adesso, nel 2020, recuperando i campioni messi via allora”.

Un dramma che sarebbe passato in sordina se non fosse stato per mamma Francesca, che dopo sua denuncia sui giornali è stata contattata da altre mamme che avevano vissuto la sua stessa tragedia: “Quando la mia storia è diventata nota mi hanno contattato tante mamme e so di almeno una quindicina di casi di bambini morti o con danni neurologici gravi a causa del batterio”.

“La mia Nina ha sofferto in modo indicibile. Il citrobacter si è preso di lei tutto quello che ha potuto. E loro l’hanno intubata, volevano operarla, non hanno mai usato cure compassionevoli, nessuna terapia del dolore. Una sera, prima di portarla via da lì, sono uscita a camminare per un’ora sotto la pioggia per calmarmi. La piccola era al limite delle forze. Poi finalmente sono riuscita a portarla via, al Gaslini di Genova. Ha passato i suoi ultimi giorni in un hospice, serena. Se n’è andata senza urlare di dolore“, ha raccontato mamma Francesca, che da biologa aveva già iniziato a porsi domande sulla possibilità della presenza di altri casi, rispetto ai quali i medici del reparto, al momento del decesso di sua figlia, negarono l’evidenza.

La riapertura del reparto

Il 1 settembre il reparto riaprirà dopo la procedura di sanificazione. A Verona quindi si tornerà a nascere, ma resta da appurare le responsabilità che hanno condotto al decesso dei bambini, vittime probabilmente secondo le madri di negligenza da parte della struttura sanitaria. Tracce del batterio sono state trovate nell’acqua, anche se dalla direzione sanitaria c’è il massimo riserbo a riguardo.