Venti di guerra tra Armenia e Azerbaigian: oltre 20 morti. Cosa sta succedendo nel Nagorno Karabakh?

Riprende vita il conflitto nel Caucaso fra l’Azerbaigian e i separatisti del Nagorno-Karabakh, sostenuti dall’Armenia. Una sintesi della guerra azero-armena

Riprendono a soffiare i venti di guerra fra l’Azerbaigian e i separatisti del Nagorno-Karabakh, sostenuti dall’Armenia. Domenica mattina il conflitto si è nuovamente infiammato, degenerando in pesanti combattimenti fra le forze azere e quelle separatiste-armene. Difficile avere un bilancio effettivo: secondo quanto riportato, però, le vittime ammonterebbero almeno a 23, tutti separatisti del Nagorno-Karabakh, e almeno 100 i feriti. La miccia che ha fatto esplodere il conflitto non è chiaro chi l’abbia accesa: Armenia e Azerbaigian si rimpallano le responsabilità vicendevolmente, ma entrambi gli Stati hanno dichiarato la legge marziale. Per comprendere cosa sia effettivamente accaduto è necessario fare un passo indietro e guardare alle origini del conflitto.

Cos’è la guerra del Nagorno Karabakh

Quello fra l’Azerbaigian e l’Armenia è un lungo conflitto, iniziato all’incirca nel 1990, che si articola attorno all’indipendenza della regione del Nagorno Karabakh, situata nel Caucaso meridionale e confinante a ovest con l’Armenia e a nord-est con l’Azerbaigian. Gli schieramenti del conflitto vedono da un lato l’autocostituitasi Repubblica del Nargono Karabakh, a maggioranza armena e sostenuta, appunto, dall’Armenia, e dall’altro l’Azerbaigian, che ha il controllo diretto di una parte della regione e che vorrebbe inglobarla interamente.

Tutto ha inizio nel 1991, quando l’allora soviet locale dell’Azerbaigian, facendo leva su una legge sovietica, chiese il distacco dall’Unione Sovietica, che ai tempi era concessa a determinate condizioni, fra le quali il fatto che essa avvenisse attraverso l’espressione della volontà popolare. Fu così che, sulla base di quella norma sovietica, l’Azerbaigian diede vita alla Repubblica dell’Azerbaigian, che il Nagorno Karabakh non volle seguire, optando per una decisione diversa: quella di costituirsi autonomamente come Stato. Tale decisione diede vita alla guerra del Nagorno Karabakh, svoltasi fra il 1992 e il 1994. Il Consiglio dell’Azerbaigian provò, attraverso una mozione, ad abolire lo statuto autonomo del Nagorno Karabakh, proposta poi respinta dalla Corte Costituzionale Sovietica. Fu così che nel 1991 la neo costituita Repubblica tentò la strada democratica con le elezioni per il nuovo Parlamento, e nel 1992 la regione del Nagorno Karabakh si proclamò come Repubblica a tutti gli effetti.

Da allora, il conflitto fra l’Azerbaigian e il Nagorno Karabakh, sostenuto dall’Armenia, non si è di fatto mai fermato, alternando momenti di belligeranza estrema. Gli ultimi scontri risalgono a luglio, durante i quali persero la vita 16 persone e ritenuti i più gravi dalla “guerra dei 4 giorni” del 2016.

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Gli schieramenti a livello internazionale

Gli scontri nel Caucaso hanno inevitabilmente avuto una risposta a livello internazionale. Lo schieramento armeno è sostenuto da Mosca, mentre Ankara, capitale della Turchia, sostiene l’Azerbaigian dato che la questione del genocidio armeno rimane del tutto irrisolta. Sia la Russia che la Turchia hanno espresso il loro parere attraverso i rispettivi ministri degli Esteri, condannando vicendevolmente una le forze azere l’altra quelle armene. Un appello per il cessate il fuoco è giunto all’Unione Europea: il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, in un post twitter, ha invocato un “immediato ritorno ai negoziati” come unica via per la pace.

Reazioni anche dalla Farnesina, che ha chiesto alle parti coinvolte “l’immediata cessazione delle violenze e l’avvio di ogni sforzo, in particolare sotto gli auspici dell’Osce, per prevenire i rischi di ulteriore escalation“.

Anche Papa Francesco, nell’ultimo angelus, si è detto in preghiera per la risoluzione del conflitto in senso pacifico: “Chiedo alle parti in conflitto di compiere gesti concreti di buona volontà e fratellanza che possano portare alla pace non con mezzi violenti ma con il dialogo. Preghiamo per la pace nel Caucaso”. A favore delle forze armene è intervenuto il calciatore della Roma Henrikh Mkhitaryan, di origini armene. 

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