Coronavirus, contagio bis per un giovane paziente americano: paura per possibili ricadute

L’uomo, un 25enne residente negli Stati Uniti, ha dovuto affrontare un secondo contagio molto più aggressivo del primo

Ad un passo dalla creazione del vaccino, rimango fermi i dubbi sull’immunità “spontanea” che dovrebbe sorgere dopo aver contratto il covid-19: iniziano a comparire, infatti, pochi ma differenti casi di pazienti infettati che hanno una seconda ricaduta e che contraggono nuovamente il virus. Un nuovo caso è accaduto in Nevada, negli Stati Uniti, dove un uomo di 25 anni è stato reinfettato 48 giorni dopo aver contratto il covid-19 per la prima volta. Questo secondo contagio, però, ha avuto conseguenze molto più importanti per il suo organismo. 

Il secondo contagio ha causato gravi problemi respiratori

La storia di questo paziente del Nevada ha inizio il 25 marzo, quando ha iniziato a manifestare vari sintomi fra i quali mal di gola, tosse, mal di testa, nausea e diarrea. Un tampone effettuato qualche giorno dopo, ad aprile, risulta positivo, e ad un mese dalle prime manifestazioni, esattamente il 27 marzo, nell’uomo iniziano a scomparire i sintomi più gravi. Dopo due differenti tamponi effettuati a maggio, entrambi risultati negativi, nel 25enne iniziano ad insorgere nuovamente i sintomi: questa volta ha febbre, mal di testa, vertigini, e sempre tosse, nausea e diarrea. Inevitabile la necessità di fare un secondo tampone, che il 5 giugno risulta nuovamente positivo, ma questa volta le complicanze derivanti dal contagio sono molto più importanti: nel 25enne, infatti, nonostante la giovane età e l’assenza di patologie pregresse, insorge ipossia, ossia un basso livello di ossigeno nel sangue, affiancata alla mancanza di respiro. 

Se inizialmente l’equipe medica dell’ospedale della contea di Washoe ha ipotizzato che si trattasse sempre dell’infezione originale che, dopo un periodo di latenza, si è riattivata, confrontando i codici genetici campionati durante la fase acuta della sintomatologia ha scoperto che si trattava di due ceppi troppo differenti dal punto di vista genetico per essere la stessa infezione. “I nostri risultati segnalano che una precedente infezione potrebbe non proteggere necessariamente da future infezioni”, ha detto il Dott. Mark Pandori dell’Università del Nevada.

Seppur rari i casi di secondo contagio sollevano dubbi sull’immunità

Lo studio pubblicato sulla rivista “The Lancet, Infectious Diseases” intitolatoProve genomiche per la reinfezione con SARS-CoV-2: un caso di studio” solleva interrogativi importanti sulla “quantità” di immunità che ciascun essere umano possa costruire contro il coronavirus. Sono tanti, infatti, i quesiti importanti che rimangono aperti: Tutti diventano immuni? Anche persone con sintomi molto lievi? Quanto dura la protezione?

Su 37 milioni di casi confermati, tuttavia, la reinfezione pare essere estremamente rara: alcune testimonianze riportate da Hong Kong , Belgio e Paesi Bassi hanno affermato che i secondi contagi non erano più gravi del primo. Solo in Ecuador c’è stato un caso grave simile a questo degli Stati Uniti, ma alla fine non ha necessitato di cure ospedaliere. 

Il Professor Paul Hunter, dell’Università dell’East Anglia, ha detto che lo studio era “molto preoccupante” a causa del piccolo divario tra le due infezioni e della gravità della seconda, ma ha specificato “È troppo presto per dire con certezza quali siano le implicazioni di questi risultati per qualsiasi programma di immunizzazione. Ma questi esiti rafforzano la convinzione che non sappiamo ancora abbastanza sulla risposta immunitaria a questa infezione”.

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