Coronavirus, il drammatico racconto di Gerry Scotti. Zerbi su Instagram: “Bentornato campione”

Al “Corriere della Sera”, Gerry Scotti racconta il suo ricovero al Covid Center dell’Humanitas e la sua personale battaglia contro il COVID-19.

Da poco dimesso dal Covid Center dell’Humanitas, Gerry Scotti, attraverso una lunga intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, racconta la sua personale esperienza con il COVID-19. Il conduttore, che fortunatamente adesso sta bene, ha rivelato che il virus si è insinuato in lui con una banale febbre. Poi, la scoperta della positività:

“Quando mi hanno detto che ero positivo, avevo 36 e 2 e pensavo di star bene. Invece positivo . Quando ho sentito quella parola mi è sembrato improvvisamente di essere al di là del Muro di Berlino, non so come altro spiegarlo. In un attimo ho rivissuto i sei mesi di paura, terrore, precauzione, speranza che stiamo vivendo tutti. Perché proprio a me? Sentivo di non sapere nemmeno da dove cominciare a capire da dove fosse partito tutto. Ti viene l’istinto a non piangerti addosso, questa malattia è subdola, puoi stare due o tre giorni con poca febbre, addirittura senza come successo ad alcuni miei amici, e dopo 7 giorni ti negativizzi. Speravo di essere in quel mazzetto di fortunati vincitori del Boero, i cioccolatini con il regalo”.

Successivamente, a causa di complicazioni, è stato necessario il ricovero:

“Al secondo controllo al Covid Center dell’Humanitas a Rozzano mi è stato consigliato di rimanere da loro perché avevo tutti i parametri sballati: fegato, reni, pancreas. Ero già nell’unità intensiva, perché quando entri nel pronto soccorso del Covid Center non c’è l’area rinfresco, l’area macchinette, l’area vogliamoci bene: si apre una porta e da lì in poi vedi tutto quello che hai visto nei peggiori telegiornali della tua vita. Sono diventato verde, ho sudato freddo”.

E l’ingresso nell’anticamera della terapia intensiva:

“I medici mi dicevano di non spaventarmi: non la mettiamo in terapia intensiva ma in una stanza a fianco perché abbiamo bisogno di monitorarla, per sapere se la sua macchina, il suo corpo, ha bisogno di cure particolari. Ero in una stanzina, di là c’era la sliding door della vita di tantissime persone. Con due altri pazienti ci strizzavamo l’occhio, dai che ce la fai. Ho appurato – stando lì, due notti e un giorno – che quella era l’ultima porta. Se decidevano di aprire quel varco… Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza. Pregavo per loro invece che pregare per me. Sono arrivato all’ultimo step indolore della terapia prima che ti intubino. Per un paio di giorni a orari alterni ho dovuto indossare il casco con l’ossigeno, è stato un toccasana. Ricordo lo slogan: il casco ti salva la vita. Adesso ho capito bene di che casco si tratta… Poi una mattina hanno girato indietro il letto e mi hanno riportato nella mia stanza”.

Gerry Scotti ai negazionisti del Covid: “Bisogna prenderli e lasciarli in rianimazione un’ora”

Sui negazionisti del Covid, Gerry dice che:

“Bisogna prenderli e lasciarli in quella stanzina un’ora. Non c’è bisogno di 36 ore come è stato per me. Sicuro che cambiano idea”.

Durante la degenza e al momento delle dimissioni dall’ospedale, Gerry ha ricevuto moltissimi messaggi di affetto, non solo dai suoi fans, ma da tanti colleghi del mondo dello spettacolo. Tra questi, vi è Rudy Zerbi che, sul suo profilo Instagram, ha postato un fotomontaggio che ritrae Gerry nei panni di Rocky Balboa. Il fotomontaggio è accompagnato dalla didascalia: “Bentornato a casa Campione!”.

Maria Rita Gagliardi