Offende una trans sul web, il tribunale la scagiona. Per i giudici si tratta di “libertà di parola”

femminista trans web offesa La libertà di parola include il “diritto di offendere”, come stabilito dai giudici britannici. 

Una sentenza storica, quella di un tribunale del Regno Unito, che ha stabilito che una femminista, che ha definito una donna transgender un “maiale con la parrucca” e un “uomo”, non dovrà affrontare ripercussioni per le sue offese.

Nella sentenza emessa la scorsa settimana dalla Corte d’appello, i giudici Warby e Bean hanno stabilito che “non vale la pena avere la libertà solo di parlare in maniera non offensiva“. I giudici hanno affermato che “la libertà di parola comprende il diritto di offendere”.

L’appello si pronunciava a favore di Katherine Scottow, madre di due figli, residente nell’Hertfordshire. Il caso risale al 2018, quando Scottow è stata arrestata per aver rivolto pesanti offese ad una donna trans, Stefanie Hayden. L’imputata l’aveva definita sul web “uomo”, “razzista” e “maiale con la parrucca”.

Stephanie Hayden si è subito rivolta alla polizia, che si è recata a casa di Katherine Scottow, arrestandola. Tuttavia, già all’epoca (era l’inizio del 2019, ndr), il primo ministro Boris Johnson lo definì un “abuso” da parte delle forze dell’ordine, come ricorda la testata Unilad.

Per i giudici britannici la legge “non può riguardare contenuti scomodi”

Dopo l’arresto, all’imputata venne concesso un congedo condizionale di due anni dalla custodia della polizia, con l’ordine di pagare 1.000 sterline (circa 1.100 euro) come risarcimento per aver violato la legge sulle comunicazioni del 2003. Katherine Scottow era stata accusata di “abuso online significativo” da Stephanie Hayden, che precisò come si trattasse di “un tentativo calcolato” di violare la sua dignità di donna.

Ribaltando la prima sentenza, il giudice Warby ha affermato che la legge sulle comunicazioni “non era intesa dal Parlamento come criminalizzazione delle forme di espressione, comprese quelle il cui contenuto è semplicemente fastidioso o scomodo”.

Il giudice Bean ritiene inoltre che l’appello abbia evidenziato la necessità che la magistratura cominci a considerare la questione della libertà di parola nel sistema di giustizia penale.

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