“La socializzazione affidata ai media finisce soffoca la natura umana”: pedagogia dei media, social e Covid-19:

collage social

Da quasi un anno tutto il mondo è stato colpito dalla pandemia “Covid-19”. Malattia che ha cambiato in modo radicale il modo di agire e pensare delle persone. Morti, negozi chiusi, gente che fa fatica ad arrivare a fine mese ma soprattutto un mondo, quello educativo, in subbuglio. Il sociologo francese Louis Porcher ha sollevato dubbi sul rapporto fra il mondo della scuola e dell’educazione, da una parte, e quello dei media dall’altra. Da quando il mondo dei media ha preso sempre più parte alla vita quotidiana dell’essere umano, in particolare dei ragazzi, ci possiamo accorgere come di solito un giovane passi tranquillamente nell’arco di poche ore attraverso una serie estremamente variegata di esperienze mediali che sembrano invadere la sua vita.

Molto spesso non ci si rende conto di quante ore si passino davanti a uno schermo anche perché tanti sono gli stimoli che questo mondo offre al pubblico. Anche in chiave negativa. Riportiamo le parole che ha rilasciato il padre di una bambina di 10 anni di Palermo morta a seguito di una challenge fatta sull’app più in voga del momento ‘Tik Tok’: “Per adesso non mandiamo le bambine a scuola per paura del coronavirus. Antonella (nome della ragazzina ndr) era stata al cellulare in chat con le sue amiche, poi aveva fatto i compiti e avevamo cenato”. A seguire dichiara che la figlia aveva chiesto una cintura. Il dramma si è poi consumato in bagno, dove la ragazzina era andata a fare la doccia e dove è stata poi trovata dai genitori con la cintura al collo. Dalle parole del padre vediamo come i ragazzi siano immersi in questo mondo così abbagliante ma allo stesso tempo oscuro, ricco di insidie e minacce. Da quando è iniziata la pandemia, ovvero quasi un anno fa, ancora fino a oggi il Covid-19 ha rinchiuso in casa docenti e moltissimi giovani studenti.  Stefano Vicari, primario dell’unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del nosocomio pediatrico romano, al giornale La Repubblica ha dichiarato che molti giovani a seguito della pandemia hanno tentato il suicidio e passano molto tempo davanti agli schermi: “A causa del Covid-19 e di questo periodo (con o senza lockdown) sono aumentati atti autolesionistici e suicidari che hanno segnato una crescita di disturbi mentali sia nei ragazzi che nei bambini: irritabilità, ansia, sonno disturbato. C’è un’altra fetta nel mondo di giovani che si chiudono sempre di più dentro casa, dentro la stanza, che trascorrono ore ai videogiochi senza nessun interesse sociale. Che vivono l’inutilità della relazione e confinano sempre più questo mondo ai tablet o agli strumenti tecnologici. Finita l’emergenza sarà molto difficile farli uscire di casa. È lì che trovano rassicurazione. È lì che gli si rinforza il sintomo di una fobia sociale che spesso si accompagna a forme più o meno acute di depressione”. Basta vedere questi due semplici passaggi per capire come oggi è davvero importante attuare un programma di “educazione mediatica”.

Ma cos’è questa educazione ai media? L’educazione ai media è l’intervento educativo intenzionalmente rivolto ai più giovani affinché imparino e facciano propri gli atteggiamenti, le conoscenze e le abilità che portano a una maggiore consapevolezza mediale. I principali luoghi di educazione ai media sono la famiglia, la scuola e il territorio.

La famiglia ha il ruolo importante di vigilare sui figli e allo stesso tempo di aiutarli nell’assunzione di responsabilità per un uso corretto delle tecnologie di comunicazione. Oggi spesso i genitori sono impegnati nel mondo del lavoro; non hanno modo, purtroppo, di potersi dedicare a pieno ai propri figli, poterli seguire nel percorso di crescita. Basta dare un pc o un cellulare e vediamo come i ragazzi ormai sono sempre più immersi nel mondo social appunto; imitano ciò che vedono dagli influencer, una categoria che dovrebbe essere regolamentata e ridimensionata. Perché porre attenzione al mondo degli influencer? Non molto tempo fa è scomparsa una ragazzina di appena 16 anni, Selena Jennifer, di Reggello, in provincia di Firenze, che secondo i genitori è fuggita insieme a un’influencer 17enne di “Tik Tok”, a sua volta scomparsa dalla provincia di Pisa. La 17enne in passato sarebbe stata accusata di aver bullizzato un disabile, inducendolo a spogliarsi su Instagram. Da questo episodio, non unico, ci si può ricollegare al ruolo chiave che ha l’istituzione scolastica.

La scuola ha il ruolo di educare i ragazzi sul mondo dei media; per fare ciò gli educatori devono avere un costante aggiornamento sulle nuove tecnologie. Sembra davvero complicato anche perché di giorno in giorno il mondo della tecnologia è in continua evoluzione e quindi stare a passo, soprattutto per chi non è abituato, è complicato. La scuola da molti viene vista come un luogo di prigionia: “che stress stare a scuola!” avrebbe potuto pensare un ragazzino una volta che seduto dietro un banco di scuola. Con il Covid-19 ci si è resi conto di quanto sia davvero importante il sistema scolastico; quanto sia davvero importante passare il tempo a scuola al fine di crescere culturalmente e socialmente.

Anche il territorio in cui si vive potrebbe svolgere un ruolo importante: educare al mondo dei media attraverso la promozione di attività a esso legate e volte a sviluppare consapevole senso critico nei fruitori.

Verranno tempi migliori, ne siamo certi, anche perché la storia ci ha insegnato come dalle ceneri si possa risorgere sempre più forti di prima e con tanti insegnamenti; ciò che importa in questo momento è anche riuscire, nel rispetto della legge e nel rispetto del distanziamento sociale, a non perdere il contatto umano con il prossimo. L’uomo è un animale sociale e come tale ha delle esigenze che devono essere ascoltate; la socializzazione affidata solo ai media finisce col soffocare la natura umana e, peggio, può essere causa scatenante di tragedie enormi.

Ruggero Di Vincenzo