NN intervista Dario Cassini: “Io giovane emigrante ma Napoli… E’ la mia città”

dario cassini

Dario Cassini, artista e comico poliedrico è stato recentemente protagonista nel film di Sergio Castellitto “I Predatori”oltre a lavorare per il cinema, prima del lockdown Dario insegna teatro e comicità all’Accademia 56 di Ancona ed è stato anche tra i protagonisti di un nuovo format di Food Network (andato in onda il 20 dicembre sul canale 33 del digitale terrestre) “Ciak in cucina” , dove insieme a suo fratello Marco ha cucinato due sue specialità “la pasta e fagioli della vecchia” e le Costolette in salsa barbecue. Cassini è infatti un grande amante della cucina, ama cucinare per sé e soprattutto per gli altri. Grande tifoso del Napoli ed alle prese nella scrittura di un giallo sua virtuosa passione.

D: Ciao Dario, innanzitutto come stai?

R: “Tu come stai? Non è cambiato niente sai…” (risponde cantando, ndr). E invece purtroppo è cambiato molto, non tutto, ma molto e sto agendo e reagendo giorno per giorno a quello che succede cercando di fare attenzione alla mia salute personale e alla mia alimentazione. Faccio passeggiate, meditazione, cose che appartengono a un altro me che, ringraziando Dio, mi è stato spedito durante il primo lockdown.

D: Sei stato tra i protagonisti del film ‘I Predatori’ di Pietro Castellitto, in un ruolo drammatico che si differenzia dal tuo animo comico e creativo. Come è stato dal punto di visto lavorativo questa nuova esperienza?

R: ‘I Predatori’ è un film straordinario che è stato tra i primi a essere bloccato dal dpcm di ottobre, ma sta avendo una nuova e polposa vita su Amazon Prime Video (come sulle altre principali piattaforme digitali tra cui Apple TV, Chili, Timvision, Infinity, Huawei Video, ndr). È stato bellissimo esserci, ho amato moltissimo fare questo film e interpretare questo ruolo drammatico perché la comicità è una nota difficile che bisogna sudare per ottenere, ma se ami anche commuovere ed emozionarti mentre reciti e hai la fortuna di saperlo fare, ecco che puoi tirare fuori un’altra corda da suonare.

D: Recentemente sei stato anche impegnato nell’arte culinaria con ‘Ciak in cucina’ su Food Network (canale 33), come nasce questa passione per i fornelli?

R: La passione per i fornelli è nata da sola, mia madre è stata contagiosa. Lei è una nobildonna, una bellissima donna che è stata vedova troppo presto con un quarto e ultimo figlio ancora in grembo: Marco che a lavorato poi con me nel programma. Noi figli abbiamo amato la cucina molto presto e abbiamo imparato a cucinare fin da bambini. Ricordo che ero poco più piccolo di mio figlio Raffaele, avrò avuto quattro anni quando seduto sullo sgabello di legno, uno sgabello che la mia fantasia dipinge come uno oggetto fatto proprio per far giocare i bambini e che era stato più volte tinteggiato, facevo il soffritto oppure la frittata o mi esprimevo persino con una ricetta tutta mia come la frittata con i würstel. A quell’età si può perdonare anche quella.

D: E in più sei impegnato anche nella scrittura di un giallo, a che punto sei?

R: Bella domanda! (dice ridendo, ndr). Sono in un vicolo cieco: la struttura del romanzo mi ha portato a un punto dal quale seguirà un’esplosione drammaturgica e io devo sparare tre fuochi d’artificio. Sono al punto in cui ho paura di aprire il computer la mattina perché so che è difficile. Ci metterò tanto tempo ad andare avanti e semmai avrò la fortuna di incontrare il consenso delle persone, di certo non sarò mai uno scrittore da un libro all’anno. Io ho da fare: devo andare a pesca, devo cucinare, devo crescere mio figlio, devo fare film, devo ricucinare un’altra volta. E s’è fatto tardi.

D: Chiudiamo con il calcio. Cosa rappresenta per te il Napoli e come ha vissuto la scomparsa del calciatore più grande di tutti i tempi, Diego Armando Maradona?

R: Il Napoli è una bandiera anche per uno come me che ci ha vissuto per poco tempo. Sono andato via che avevo 16 anni e i miei genitori anche per la mia educazione piccolo borghese non mi hanno mai permesso di conoscerla veramente. Ogni volta che ci torno sono un turista, ma quella è la mia città e resterà per sempre la mia città. Mi commuovo mentre te lo dico. “È la mia città” proprio come canta il verso di una canzone meravigliosa di Pino Daniele che s’intitola Un angelo vero. Tornando alla tua domanda, però, trattandosi di Maradona direi che la sua scomparsa è stata un tiro mancino. Sono stato un giovane “emigrante”, ero un adolescente di 16 anni quando mi chiamavano Napoli perché venivo da Napoli (c’era del buon razzismo nella mia scuola). Il fatto che Napoli fosse rappresentato da Maradona e io battessi le punizioni di sinistro è stato per me un modo per affrancarmi e affermarmi nel gruppo di persone che frequentavo e che inizialmente non mi voleva. Quindi ben venga l’esempio positivo di Maradona. Il resto è storia. Maradona è sempre stato soggetto della sua vita, ma è stato anche oggetto della sua debolezza. Nonostante ciò l’uomo, il calciatore e il drogato sono tre persone diverse che possono convivere tra loro quando sei un genio, anche se malamente.

Credits Photo : Fabrizio De Blasio

Sergio Cimmino