NN a tu per tu con gli Aftersat: “Il Mediterraneo la nostra identità musicale”

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Si intitola ‘Sient Ancora’ il singolo della band esordiente partenopea AFTERSAT brano che anticipa l’uscita dell’EP ‘INTOSOLE’ prodotto da Dcave Records progetto che scava nell’identità meridionale e mediterranea del gruppo attraverso la ricerca di radici popolari, folk e tradizionali coniugate nello stile “folk and roll”. La band vanta già prestigiosi live come quello del Pozzuoli Jazz Festival e lo Sponz Fest.

D: Da che esigenza musicale nasce il progetto AFTERSAT?

R: È appunto da un’esigenza, di Salvatore Pone, che prende forma il progetto: circondarsi di un gruppo giovane e “moderno”, proveniente da ascolti e esperienza diversi, seppur con una certa affinità musicale, dotati di un mood maturo, in grado di dare voce e musicare dei pezzi che aveva scritto. Per cui abbiamo iniziato a lavorare suonando un repertorio di cover per conoscerci musicalmente e umanamente, per poi passare agli inediti e proseguire dedicandoci esclusivamente a brani originali.

D: Comunque il vostro background musicale ha incrociato due percorsi, è stato “difficile” unirli?

R: In realtà sono stati veramente complementari. Salvatore prima degli AFTERSAT suonava in duo, i Doppiomalto, proponendo un repertorio di sole cover mentre Alessia, Mirko, Davide e Peppe, The Charliest, puntavano solo a comporre brani inediti. Il nostro incontro è stato quindi da un lato una certa capacità di arrangiamento e di esperienze live, dall’altro una ricerca di suoni e creatività.

D: Dateci la vostra definizione di “folk and roll”

R: Tradizione e forza, una scossa alla tradizione insomma.
Folk’n’roll è ambivalente e se da una parte sta a significare una continuità tra quello che eravamo, puramente folk, e ciò che siamo ora, più rock, dall’altro sta a rappresentare una vera e propria bivalenza nel nostro suono, fatto da un lato da chitarra acustica e ukulele, che nei momenti più (o anche meno) opportuni escono fuori con belle distorsioni.

D: Cosa rappresenta per gli AFTERSAT, il Mediterraneo inteso come anima musicale?

R: Un imbuto nel quale confluiscono culture e musicalità, in termini sia di linguaggio che di espressione, apparentemente diverse tra loro, a partire dalla Spagna fino ad arrivare all’Egitto, ma accomunate da una provenienza storico-antropologica comune. L’insieme di tutto ciò è esattamente riassunto nella musicalità del sud Italia, del sud Europa, basti vedere per esempio quanto la tradizione napoletana sia fortemente piena di influenze arabe e citando, l’ormai riportato in auge dall’ultima edizione sanremese, Giovanni Lindo Ferretti, dall’Arezzo Wave dell’88, “senza gli arabi e la loro musica non c’è musica moderna europea (e questa è un’intuizione che viaggia su buone gambe e su cui siamo disposti a scommettere”). Per cui quest’anima musicale è un’identità che ogni “meridionale” si porta dentro, inconsapevolmente: La nostra idea infatti è proprio quella di far emergere questo nostro lato “contaminato”, concetto molto più evidente negli altri due brani che completano l’EP ‘INTOSOLE’, non ancora pubblici, e ancora di più in quelli a cui stiamo lavorando in questo periodo.

D: Tornare alle proprie origini, alla lingua partenopea, è stata una scelta ponderata nel tempo, oppure una rivoluzione “veloce”?

R: Prima di registrare INTOSOLE cantavamo e scrivevamo in inglese. Diciamolo: è molto più semplice che scrivere nella tua lingua. Forse perché non tutti riescono a capire cosa dici, consentendo una certa “banalità” testuale, e poi perché si hanno molti meno modi di esprimere un concetto, per cui è più “facile”. L’anno scorso, prima di registrare i brani al The Cave Studio, abbiamo realizzato una pre-produzione sotto la guida esperta e attenta di Daniele Grasso, il quale ci ha consigliato di cantare nella nostra lingua, il napoletano. Abbiamo subito fatto nostro quest’input e scritto i 3 pezzi in dialetto, tra cui Sient’ Ancora. Con il tempo ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante questa scelta/cambio di direzione e di quanto sia stato funzionale ed originale: la lingua napoletana infatti trae origine dall’idioma latino, possiede una terminologia più profonda, empatica e riesce ad esprimere meglio alcuni sentimenti e concetti rispetto all’italiano, motivo per cui continuiamo a scrivere in lingua napoletana.

D: Nei vostri live, ci sono palchi importanti come Catania, Calitri e anche la vostra terra i “Campi Flegrei”. Il vostro sguardo al Sud ha caratterizzato la vostra musica. Giusto?

R: Assolutamente sì! Non solo a livello di sonorità, come detto prima, ma anche a livello di tematiche. Il filo conduttore che lega i tre brani dell’EP è proprio il rapporto conflittuale con la propria “Terra” di origine, coniugato in 3 maniere diverse e intesa come un concetto multiplo di madre, donna, provenienza, appartenenza e esperienza.

D: In attesa che si torni ad una normalità per i live, quali sono i vostri prossimi appuntamenti?

R: Una conseguenza della pandemia è il vivere senza poter pianificare nulla a breve termine e quindi il vivere di costanti sorprese. Per ora la nostra unica certezza è quella di continuare a scrivere cose nuove ed arricchire il nostro repertorio, inviare la candidatura a nuovi contest, premi e festival di musica emergente.