Boss mafioso a un’amica: “Non mandare tua figlia alla manifestazione. Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino”

Queste le parole di Maurizio Di Fede, uno dei boss mafiosi fermati nel corso dell’operazione antimafia ‘Tentacoli’ a Palermo.

“Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino. Non ti permettere. Io mai gliel’ho mandato mio figlio a queste cose… vergogna”. Queste le parole pronunciate da Maurizio Di Fede, uno dei mafiosi fermati nell’operazione ‘Tentacoli’ della Squadra Mobile di Palermo, a una amica. Quest’ultima aveva mandato la figlia a una manifestazione in ricordo della strage di Capaci.

Questo episodio risale al maggio di tre anni fa ed è ora emerso dagli atti dell’indagine. La replica della donna al boss: “La bambina da un mese si prepara. Ma in fondo, è solo una cosa scolastica”. Di Fede non voleva sentire ragioni: “Noi qua non ci immischiamo con i carabinieri. Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino”.

E ancora: “Là dove deve andare la bambina, la sbirra. Se gli mandi la bambina sei una sbirra. Falcone, minch** che cosa inutile”.

Le parole del boss mafioso rivolte a un’amica che voleva mandare la figlia a una manifestazione in ricordo della strage di Capaci: “Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino”

La Procura di Palermo, grazie all’aiuto di Polizia e Carabinieri, ha fermato 16 persone accusate di associazione mafiosa ed estorsione aggravata del metodo mafioso. Tale operazione chiude con successo due anni di indagini sul mandamento mafioso di Brancaccio-Ciaculli. L’inchiesta ha svelato gli organigrammi delle famiglie mafiose di Roccella e di Brancaccio. Sono stati scoperti gli elementi di vertice dei clan mafiosi e sono stati ricostruiti fino a 50 episodi estorsivi.

Queste le parole del questore di Palermo, Leopoldo Laricchia: “Abbiamo ricostruito 50 estorsioni e altre 50 sappiamo che sono avvenute, ma sulle quali non abbiamo elementi probatori certi spendibili processualmente. Sono state prese di mira tutte le attività commerciali. Gli uomini di cosa nostra avevano difficoltà a riscuotere il pizzo e dovevano giustificarsi anche con i parenti dei carcerati che non ricevevano il sostegno economico atteso. A volte le mogli dei detenuti minacciavano i boss per il mancato assegno mensile prospettando la possibilità di fare pentire i parenti”.