Costretta a portare la figlia al lavoro, si licenzia e fa causa al capo – il finale è sorprendente

Jacquelina aveva chiesto di non lavorare nel fine settimana perchè non avrebbe potuto permettersi l’assistenza della figlia ma il suo capo le disse che avrebbe dovuto farlo. Per questo portò la figlia con sè al lavoro. La decisione del tribunale

Una donna può finalmente tirare un sospiro di sollievo dopo anni non facili a causa di condizioni lavorative tali da spingerla ad intentare causa contro il suo capo. La vicenda risale al 2018 quando Jacqueline Keating chiese al principale la possibilità di non lavorare nel fine settimana dal momento che, avendo una figlia di otto anni e nessuno che potesse badare a lei, non avrebbe potuto concretamente presentarsi sul posto di lavoro.

La decisione del giudice
Porta la figlia a lavoro perchè non ha nessuno che possa occuparsene, poi si licenzia (Fonte Pixabay)

Ma non ha ricevuto la risposta sperata: il capo le ha detto che avrebbe dovuto presentarsi per un turno di quattro ore e di trovare un sostituto se proprio non poteva.

Porta la figlia a lavoro perché non ha nessuno che possa occuparsene, poi si licenzia

La Keating aveva iniziato a lavorare presso questa azienda nell’ottobre del 2015 con un contratto di 20 ore più altre 8 se necessario, come emerso nel corso del processo avviato dopo la donna è stata costretta a dimettersi decidendo di citare in giudizio l’azienda per discriminazione sessuale e licenziamento ingiusto.

Nel 2018 il suo capo ha introdotto una rotazione del sabato: il personale doveva cioè lavorare un fine settimana al mese per far fronte al calo dei ricavi nelle vendite e dopo che gli studenti universitari che solitamente lavoravano nel week-end si erano dimessi.

Il capo non l’ha aiutata a trovare un sostituto

In numerose occasioni questo turno lavorativo ha rappresentato un problema enorme per la mamma single che non aveva famiglia o persone disponibili ad aiutarla nella cura della figlia. Ha provato a parlare con il suo capo più volte e ha persino inviato un messaggio, che è stato ignorato; nel settembre del 2018 le è stato detto che se non avesse potuto lavorare il sabato avrebbe dovuto organizzarsi da sola i propri scambi con altri dipendenti. Il mese successivo la signora Keating si è dunque trovata costretta a chiedere all’azienda e al suo capo di accettare di lasciare che sua figlia l’accompagnasse al lavoro.

Maxi risarcimento danni per la donna

La giuria ha deciso di assegnarle a titolo di risarcimento un compenso di 25.558,55 sterline poiché come sottolineato, costringere le donne ‘badanti primarie’ dei loro figli (ovvero senza nessuno a cui chiedere di aiutare a controllarli) a lavorare il sabato le metteva in una posizione di svantaggio.

Ritenendo che essersi trovata obbligata a portare la figlia con sè rappresentasse una chiara indicazione dei problemi della donna nel trovare assistenza all’infanzia. E che il suo capo abbia trascurato “la sua responsabilità” di cercare di trovare altro personale che la coprisse. Il principale, nel momento in cui la signora Keating gli ha detto che non aveva alcun aiuto per sua figlia, avrebbe replicato che se l’avesse lasciata saltare il lavoro il sabato a quel punto tutti gli altri avrebbero voluto il medesimo trattamento.

Non aveva nessuno che si occupasse della figlia
Riceverà 25mila sterline a titolo di risarcimento (Fonte Pixabay)

La decisione del giudice del lavoro

Il giudice del lavoro Omar Khalil ha concluso, riferendosi al capo dell’azienda: “Sembrava che ci fosse casualità e/o mancanza di supporto delle risorse umane, in alternativa inadeguatezza della formazione sulla diversità. Il disinteresse era radicato nel suo desiderio che la signora Keating risolvesse gli scambi con i suoi colleghi o semplicemente trovasse lei stessa una soluzione per l’assistenza all’infanzia. Questa è stata una sorprendente negligenza della sua responsabilità”.