Ucraina, i soldati russi stanno violentando ed uccidendo tutti gli omosessuali – le cose prima non andavano molto meglio

La guerra in Ucraina sembra essere arrivata ad un punto fermo. Il governo russo pare aver la meglio al momento nei territori dell’est, russificando e tenendo il controllo piano piano di tutta la regione ucraina. Ma ad avere la peggio è sempre la popolazione locale. Il piano russo contro la comunità LGBTQ+ sta raggiungendo il suo terribile apice.

I soldati russi si stanno macchiando di crimini su crimini di guerra. Dopo le dichiarazioni del patriarca ortodosso Kirill di qualche mese fa che ha descritto l’invasione dell’Ucraina come una sorta di crociata per purificare il paese dai gay, la situazione – per quanto silente – è andata peggiorando inevitabilmente. Il piano russo contro la comunità LGBTQ+ sta raggiungendo il suo terribile apice.

Crimini di guerra
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I soldati russi, infatti, stanno violentando sistematicamente gli omosessuali per la difesa della cultura cristiana contro i valori immorali dell’ideologia gay che sta corrompendo l’Occidente. La strategia del Cremlino prevede un vero e proprio piano per castrare ed uccidere tutti gli uomini gay. “Da quello che ho visto. La definirei quasi una caccia. Quello che mi è stato spiegato e che stiamo cercando di fare è destigmatizzare la paura di essere gay, di essere lesbiche, in modo che non abbiano paura di parlare alle autorità ucraine come testimoni”. Ha spiegato l’ufficiale ucraino della Difesa territoriale della città di Sumy, Peg Leg, al LGBTQ Nation

A questa sconvolgente verità si è arrivati tramite le testimonianze dirette di uomini vittime di violenza sessuale da parte dell’esercito russo. “Sappiamo dal lavoro sul campo che i russi trovano l’omosessualità assolutamente ripugnante e contro le leggi della natura”, ha sottolineato Peg Leg, alludendo sempre al discorso del Patriarca Kirill. Tuttavia, la discriminazione della comunità LGBTQ+ non proviene solo da un unico “fronte”.

Non combattere a costo della propria identità

Sempre qualche mese fa – quando la guerra era un affare fresco e faceva più notizia – fece scalpore la decisione del governo ucraino di respingere al confine centinaia di donne transgender per combattere contro i russi, a prescindere dal percorso di transizione, magari intrapreso e completato tantissimi anni fa.

Donne trans respinte al confine
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A causa della legge marziale, a tutti i cittadini ucraini maschi in grado di combattere era stato proibito di lasciare il paese. Anche se si tratta di donne transgender con regolare certificato che attesti il cambio di sesso. Una violenza e violazione, questa, contro ogni sensibilizzazione e ragion d’essere della stessa guerra.

Come riportato dal Guardian, Judis, una donna transgender, ha raccontato la sua terribile esperienza al confine russo. “Le guardie ti spogliano e ti toccano ovunque. Puoi vedere suoi loro volti che si stanno chiedendo “cosa sei?” come se fossi una specie di animale o qualcosa del genere”. Ma prima della guerra, le condizioni della comunità LGBTQ+ erano già precarie.

Solo nel 2015, infatti, il parlamento ucraino ha varato una legge antidiscriminazione in base al proprio orientamento sessuale o identità di genere nei luoghi di lavoro. Legge questa essenziale per poter garantire all’Unione Europea i requisiti minimi di ammissione in futuro. Eppure, solo un anno dopo, il governo si è dissociato dalla Convenzione di Istanbul contro l’odio. Si trattava di una legge studiata per tutelare tutta la comunità, ma i riferimenti all’orientamento sessuale e al sesso per molti legislatori ucraini erano contro i valori fondamentali cristiani.