“Accusati di collaborare col nemico”: giornalisti italiani bloccati a Kiev | Cosa sta succedendo?

L’Ordine dei Giornalisti ha lanciato un appello alla Farnesina chiedendo di intervenire sul caso dei freelance, bloccati in Ucraina dopo la revoca ingiustificata degli accrediti stampa

Sono in attesa di essere interrogati dai servizi segreti ucraini Andrea Sceresini e Alfredo Bosco, reporter freelance collaboratori della Rai.

Andrea Sceresini-Alfredo Bosco

Sono dieci giorni che non si hanno notizie dai due giornalisti, come segnalato dalla loro legale Alessandra Ballerini, che continua a non avere aggiornamenti né da Kiev né dall’ambasciata nonostante i continui solleciti.

A rincuorare l’avvocato e le rispettive famiglie è il fatto che i due reporter continuino a pubblicare aggiornamenti sui social network, ma rimane inspiegabile, o per lo meno non sostenuta da prove, la decisione di revocare loro gli accrediti stampa dopo l’accusa, del tutto generica, di “collaborazione col nemico”.

E senza tali accrediti – rilasciati regolarmente a marzo 2022 – i due reporter rischiano grosso.

Giornalisti italiani rimangono bloccati a Kiev: si attende l’interrogatorio

Come anticipato poc’anzi, Andrea Sceresini e Alfredo Bosco sono in attesa di essere interrogati dai servizi segreti ucraini, nello specifico gli uomini della Sbu.

I due reporter, infatti, sono stati oggetto di notifica delle autorità che hanno deciso di revocare loro gli accrediti stampa.

Non sono note, al momento, alcune prove a sostegno dell’accusa di “spionaggio” russo, ed è anche per questo che l’ODG ha lanciato un appello chiedendo alla Farnesina di intervenire sul caso.

Tanta è la paura che ai due colleghi possa accadere qualcosa di grave, come d’altronde ha lasciato pensare il post su Facebook pubblicato da Sceresini nel quale spiega, appunto, come sarebbe girata la voce che i due sarebbero “spie” e collaboratori del nemico.

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I due reporter, quando sono stati contattati dalla Sbu, erano di ritorno dal fronte orientale del Paese, precisamente da Bakhmut, dove si stanno consumando gli scontri più brutali delle ultime settimane.

Ed è per questo che sono in attesa di un interrogatorio di cui non si hanno ancora notizie, come chiarito dalla Ballerini:

“L’unica notizia ufficiale che è stata comunicata ai giornalisti Sceresini e Bosco, nonostante i molti solleciti effettuati anche tramite la nostra ambasciata – spiega l’avvocato – riguarda un ipotetico “interrogatorio” al quale dovrebbero essere sottoposti e che dovrebbe essere eseguito dagli uomini della Sbu, il servizio di sicurezza ucraino”.

E ancora: “Inizialmente, questo “interrogatorio” avrebbe dovuto svolgersi a Kramatorsk il 6 febbraio e a tal fine sono stati forniti alla Sbu i numeri di telefono e l’indirizzo dei due giornalisti con la richiesta che l’interrogatorio potesse avere luogo il prima possibile”.

“Dopo cinque giorni di inutile attesa (che i miei assistiti hanno dovuto trascorrere, per ovvie ragioni di sicurezza, senza poter uscire di di casa, in una città peraltro spesso bombardata dalle artiglierie russe),  su consiglio dell’ambasciata – i giornalisti hanno deciso di spostarsi a Kyiv, dove hanno sede gli uffici centrali della Sbu”.

“Da allora non abbiamo ricevuto più nessuna notizia, né dalla Sbu (contattata anche da un avvocato ucraino) né dalla nostra rappresentanza diplomatica”.

Un aspetto chiarito anche dagli stessi giornalisti sul post Facebook, non quale chiariscono di non avere nulla da nascondere in merito alle loro attività giornalistiche:

“Non avendo nulla da temere, forniamo tutti i nostri dati e chiediamo di essere convocati il prima possibile – sottolinea Sceresini – Solo che nessuno ci chiama. Restiamo tappati per giorni nel nostro appartamento di Kramatorsk, perché fuori è pieno di soldati e posti di blocco, e se ti beccano con un accredito non più valido rischi l’arresto. Poi ci spostiamo a Kyiv, perché a Kyiv c’è la sede centrale dell’Sbu e chissà che non sia più facile per loro venirci a prendere. Ma anche a Kyiv nessuno si fa vivo”.

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“Scopriamo anche, sempre mentre siamo a Kyiv, che la nostra colpa – e quella di Salvatore, e di tutti gli altri – sarebbe quella di aver raccontato, nel 2014 e nel 2015, ciò che accadeva a Donetsk e Lugansk. Il che ci renderebbe automaticamente ‘collaboratori dei russi’. Chissenefrega se a Donetsk, tra le altre cose, abbiamo indagato sulle miniere clandestine gestite dai leader separatisti, sui volontari fascisti che combattono coi russi, sulla corruzione, sulle faide interne del fronte putiniano. Chissenefrega se i nostri ‘amici’ separatisti nel 2016 ci hanno persino sbattuto in galera, regalandoci la prima e unica notte dietro le sbarre della nostra vita. Chissenefrega se da un anno seguiamo la guerra da questa parte, spesso a rischio di prenderci un proiettile addosso. Chissenefrega se a ottobre il sottoscritto è stato in Siberia, fingendosi un turista, per raccontare il malcontento che c’è dall’altra parte”.

Il pericolo, come chiarito dagli stessi giornalisti, è che vengano bloccati al primo posto di blocco e arrestati, oltre all’impossibilità di muoversi liberamente nel Paese.

E il loro avvocato fa sapere, per altro, di un terzo giornalista italiano bloccato in Ucraina, Salvatore Garzillo, cui “è stato impedito di entrare nel Paese attraverso la frontiera polacca, in quanto giudicato come “non gradito”.

“Nemmeno a lui – chiarisce la legale – sono state fornite ulteriori spiegazioni”.

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